Xylella e mosca, la parola alla difesa

mosca
Maschio di Bactrocera oleae (foto Giacomo Parisi).
L’intensificarsi degli attacchi di mosca nelle recenti annate, i fitofagi minori che in certe condizioni possono diventare pericolosi e infine l’epidemia di Xylella fastidiosa: monitoraggi e controllo di parassiti e patogeni sono diventate le operazioni chiave nell’oliveto.

Fino a pochi anni or sono la difesa dell’olivo era considerata meno problematica e costosa di quella di altre colture legnose da frutto. Ciò avveniva soprattutto nelle aree di coltivazione più fredde, come nel Nord Italia oppure negli oliveti in altitudine della penisola e delle isole. Oggi non è più così a causa sia dei cambiamenti nelle condizioni climatiche e colturali che per l’arrivo di nuovi fitofagi e patogeni. Bisogna, quindi, prestare molta attenzione e professionalità al monitoraggio e controllo di questi agenti.

Il fitofago chiave rimane la mosca delle olive (Bactrocera oleae Rossi), a cui Olivo e Olio ha di recente dedicato diversi contributi  (vedi, ad esempio, lo Speciale Olivicoltura Biologica  nel n. 1 – 2017). A parte la zona pandacia, ovvero l’area di coltivazione in cui le infestazioni oltre la soglia di danno sono sempre state un fattore limitante per la produzione, inverni miti, elevata umidità atmosferica, scarsa carica di frutti hanno reso la mosca delle olive assai dannosa anche in aree che prima ne erano esenti o quasi. Negli ultimi 10 anni ben tre annate (2007, 2014, 2016), di cui due nelle ultime tre, sono da ricordare per le ingenti perdite in quantità e qualità del prodotto. Non meno rilevanti in alcuni contesti sono i cosiddetti fitofagi minori (vedi Olivo e Olio n. 6 – 2016). A seconda della zona e dell’anno, specie come la tignola dell’olivo (Prays oleae), la cocciniglia mezzo grano di pepe (Saissetia oleae), il rodilegno giallo (Zeuzera pyrina), il moscerino suggiscorza (Resseliella oleisuga) e, su piante giovani o in vivaio la tignoletta (Palpita unionalis) e l’oziorrinco (Otyorrhynchus cribricollis), possono diventare pericolose. In questo numero viene presentato il caso della cecidomia delle foglie di olivo che, seppure presente da tempo in Italia, negli ultimi anni sta causando seri problemi in alcune aree olivicole per cause ancora non del tutto chiare.

In un’economia globale, anche l’agricoltura è esposta a continui cambiamenti e nuove sfide. Il crescente movimento di merci e materiale vegetale ha messo in crisi tante filiere per l’arrivo di fitofagi e patogeni da altri paesi e continenti, che hanno compromesso la produttività e, nei casi più gravi, perfino messo in pericolo la sopravvivenza di alcune colture. Dal 1970 sono circa 400 le specie esotiche di insetti e artropodi arrivate in Italia. Il cinipide galligeno del castagno (Dryocosmus kuriphilus) segnalato per la prima volta in Piemonte nel 2002, il punteruolo rosso della palma (Rhyncophorus ferrugineus) individuato in vivaio nel 2004, il punteruolo del fico (Aclees sp. cf. foveatus) di origine asiatica trovato nel 2005 in un vivaio toscano, il moscerino dei piccoli frutti (Drosophila suzukii), segnalato per la prima volta in Trentino nel 2009, sono solo alcuni recenti esempi. Fino al 2013, anno della diagnosi della batteriosi da Xylella fastidiosa nel Salento, l’olivicoltura pareva immune dai problemi legati a nuovi arrivi, poi tutto è cambiato. La batteriosi da Xylella rappresenta una terribile minaccia per tutta l’olivicoltura mediterranea. Da un lato la malattia avanza inesorabile risalendo la Puglia, agevolata anche dai ritardi nell’attuare le misure di contenimento, dall’altro è stata rilevata la presenza di Xylella nelle Baleari e in Francia, chiaro segnale che il rischio di nuovi contagi è alto, indipendentemente dal focolaio salentino, per la continua importazione in Europa di piante ornamentali provenienti dal continente americano. Allo stesso tempo i risultati della ricerca lasciano intravedere alcuni spiragli positivi, come evidenziato nell’articolo di Dongiovanni et alii in questo numero. Allo stato attuale le speranze maggiori derivano dalla possibilità di individuare varietà tolleranti al batterio, che possano essere utilizzate  per sostituire, mediante innesto o nuovi impianti, le tradizionali varietà salentine, tutte purtroppo suscettibili. Inutile nascondere, però, che ci vorranno molti anni prima di disporre di risultati e rimedi sicuri, sempre che si lascino lavorare i ricercatori e i tecnici con la dovuta serenità.

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