Il futuro è sostenibile con nuove strategie

Le indicazioni del 3° convegno nazionale dell’olivo e dell’olio sono il rinnovamento degli impianti e la valorizzazione del prodotto, utilizzando varietà italiane. Così la sostenibilità della nuova olivicoltura sarà anche economica

L’Italia potrà rafforzare il ruolo di protagonista nell’olivicoltura mondiale se riuscirà a far coesistere l’ammodernamento degli impianti, senza rinunciare alla compresenza di diverse olivicolture, e la valorizzazione del prodotto, utilizzando le proprie varietà. È il percorso da seguire per costruire un futuro sostenibile per il comparto, secondo il 3° Convegno nazionale dell’olivo e dell’olio, organizzato dal gruppo di lavoro olivo e olio della Soi, dall’Università di Bari e dall’Accademia nazionale dell’olivo e dell’olio. «Confrontando i quinquenni 1990-1994 e 2009-2013, emerge che l’Italia è tra i Paesi dove non sono aumentate le produzioni, mentre la Spagna le ha più che raddoppiate - ha rilevato Franco Famiani, docente di Coltivazioni arboree presso il dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e ambientali dell’Università di Perugia - . Inoltre negli ultimi 20 anni la coltivazione dell’olivo si è estesa in Paesi non tradizionali produttori, quali Argentina, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Cina, Sud Africa. In Italia i consumi superano la produzione, quindi occorre importare olio. Pertanto, il problema non è rappresentato dal livello della produzione nazionale, ma dai costi di produzione e dal prezzo di mercato!

L’olivicoltura italiana sconta precisi limiti: l’elevata frammentazione, infatti la superficie media olivetata per azienda è di 1,5 ha, mentre in Spagna è di 5 ha; la presenza di numerosi impianti in zone difficili per pendenza e fertilità; l’alta incidenza di oliveti tradizionali, caratterizzati da sesti irregolari e/o densità inadeguate e/o piante vecchie, grandi, a volte policauli, nei quali la meccanizzazione e la difesa sono più difficili. Tali limiti determinano situazioni in cui la produttività, in olive e olio, può essere insoddisfacente e i costi di produzione elevati».

Non si può tuttavia abbandonare l’olivicoltura esistente perché, ha sostenuto Tiziano Caruso, docente di olivicoltura presso il dipartimento di Scienze agrarie e forestali dell’Università di Palermo, «l’olivo è una pianta multifunzionale: oltre a produrre l’olio di oliva, pilastro della dieta mediterranea, riveste una grande importanza ambientale, paesaggistica, monumentale e storica. Tutela il territorio dal dissesto idrogeologico, contribuisce all’accumulo di carbonio migliorando la qualità dell’ambiente, dà origine, grazie alla sua plurisecolare longevità, a piante di particolare bellezza, con valore storico e monumentale, caratterizza il paesaggio e la cultura di quasi tutta l’Italia, è il motore di una fetta importante dell’economia agricola (vedi tabella), esprime una biodiversità varietale unica al mondo».

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