Il sovrainnesto di olivi ultrasecolari con varietà resistenti a Xylella fastidiosa è una tecnica preventiva per salvare un patrimonio olivicolo antico e prezioso come quello della Piana degli olivi monumentali che va da Monopoli a Ostuni dalle insidie del temibile batterio. La bontà di questa tecnica è stata confermata dal convegno “Operazione olivo sano: tecniche di reinnesto per battere Xylella fastidiosa” organizzato a Monopoli (Ba) dall’Associazione italiana per la protezione delle piante (Aipp).
Reinnesto arma contro la Xylella
Il reinnesto aumenta la resilienza degli olivi monumentali e la capacità di sopravvivere a Xylella, ha ribadito Cosimo Leone, vice presidente dell’Associazione AMO (Alberi Monumentali di Ostuni) Puglia.
«Gli olivicoltori pugliesi hanno ricevuto aiuti per innestare gli olivi monumentali, censiti e riconosciuti dalla Regione Puglia in base alla legge regionale 14 del 2007, con varietà resistenti al batterio Xylella fastidiosa. Tuttavia, sebbene le potenzialità dell’intervento siano notevoli, i suoi effetti si sono rivelati finora circoscritti, poiché la dotazione finanziaria è stata troppo limitata».
Dalla tecnica del reinnesto al punto sull’epidemia
Il convegno dell’Aipp è stata anche l’occasione, a pochi giorni dal ritrovamento di altri focolai di olivi infetti da Xylella fastidiosa subsp. pauca ST53 in provincia di Bari, esattamente a Bitonto (1), Valenzano (16) e Modugno (5), per fare il punto sull’epidemia provocata dal batterio a 13 anni dalla sua scoperta in Puglia.
«Nel 2013 in Puglia venne scoperto, per la prima volta in Europa, un focolaio di Xylella fastidiosa subsp. pauca associato alla sindrome di deperimento rapido dell’olivo (OQDS) – ha ricordato Donato Boscia, ricercatore emerito del Cnr-Ipsp di Bari –. Da allora sono almeno 10 i milioni di olivi morti o gravemente compromessi; di essi quelli censiti come estirpati e sostituiti con olivi resistenti sono poco più di 2,6 milioni. Dal confronto tra i quinquenni 2008-2012 e 2017-2021 risulta una perdita di redditività di 132 milioni/anno e una perdita di oltre un milione di ore di lavoro/anno. Attualmente sono presenti in Puglia due diversi scenari:
- un rallentamento significativo della diffusione dell’epidemia verso Nord
- e un’attenuazione della virulenza del batterio nel basso Salento.
Il rallentamento della ulteriore espansione a Nord è dovuto a diversi fattori:
- clima meno adatto al batterio;
- diversa gestione dei terreni (differenze in pratiche agronomiche e fitosanitarie);
- applicazione di misure di contenimento (monitoraggio e rimozione delle piante infette, controllo dei vettori) che hanno come obiettivo esattamente il rallentamento della diffusione del batterio;
- popolazione dei vettori meno abbondante.
Cosa insegna la storia della Xylella?
Ma c’è da fidarsi dell’attenuazione della virulenza nel basso Salento? Per Boscia è opportuno rifarsi a cosa insegna la storia di questa malattia. «In California una prima epidemia della malattia di Pierce, causata da Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa, che distrusse, tra il 1884 e il 1906, circa 15.000 ettari di vigneti, fu seguita da un lungo periodo di stasi. Tuttavia una nuova epidemia, fra il 1935 e il 1946, distrusse altri 20.000 ettari».
Non è logico equiparare pauca e multiplex
In questi anni, ha aggiunto Boscia, l’Ue ha adottato una normativa severa, senza distinzione di sottospecie, ceppi del batterio e diversi contesti territoriali, che 10 anni fa aveva una logica sulla base delle conoscenze dell'epoca (la Decisione 789/2015 i cui pilastri si ritrovano ancora nel Regolamento 1201/2020).
«Quello che è emerso nel corso degli anni suggerisce una significativa rivisitazione della normativa comunitaria che attualmente fa di tutta l'erba un fascio. Forse non ha più molta logica mettere sullo stesso piano la pauca e la multiplex, applicando le stesse misure di contenimento. Il 2026 sarà comunque un anno importante per la futura gestione di Xylella nell’Ue: infatti in questo anno si terrà la V Conferenza europea dell’Efsa a Bari e si avrà l’aggiornamento del Documento di valutazione del rischio (Pra) distinto per sottospecie, curato dall’Efsa».
Il contributo della Puglia
Alla definizione dell’andamento dell’epidemia da Xylella la Puglia ha dato un notevole contributo con oltre 1,4 milioni di analisi in 12 anni.
«Questi dati costituiscono un patrimonio importante per chi voglia approfondire, ai fini anche di capire l’epidemiologia del batterio e programmare meglio le azioni di prevenzione e controllo. Perciò il Servizio fitosanitario regionale ha reso pubblico l’intero database (oltre 1.400.000 analisi) sulla pagina web istituzionale (www.emergenzaxylella.it), con una nota introduttiva alla sua corretta consultazione e interpretazione. In tale nota si spiega, fra l’altro, che il database non è l’inventario di tutte le piante infette, poiché è inutile andare a verificare la presenza del batterio nel Salento, che ne è pieno, bensì l’esito del monitoraggio condotto essenzialmente a ridosso delle zone cuscinetto, dove il batterio non è ancora presente salvo qualche sparuto avamposto, per prevenirne o contenerne la diffusione attraverso misure di contenimento o eradicazione. Inoltre il Servizio fitosanitario regionale, in collaborazione con l’Istituto agronomico mediterraneo di Valenzano, ha prodotto, nell’ambito del progetto Rigenesi, un documento di agevole guida alla consultazione e interpretazione dei risultati del monitoraggio Xylella, ricco di grafici e tabelle riassuntive che consentono una immediata lettura sia del totale sia di ciascuna delle 12 campagne di monitoraggio, nonché le mappe con la loro rappresentazione cartografica che consentono di visualizzare la progressione territoriale del batterio avvenuta nel corso degli anni, come pure la conferma del ruolo della sottospecie pauca del batterio di agente causale della sindrome del disseccamento rapido dell'olivo (https://rigenesi.iamb.it/report-e-briefing/).
Lettura corretta dei dati contro teoremi negazionisti
Nonostante ciò, periodicamente si assiste al riemergere di interpretazioni fantasiose, errate, fuorvianti, negazioniste, che capovolgono completamente la lettura corretta dei dati e negano che Xylella causi il disseccamento, ha commentato Boscia.
«Il teorema che circola da un anno è che i dati del monitoraggio 2021-2022 indicano che è positivo a Xylella solo il 3,21% degli olivi affetti dalla sindrome di disseccamento rapido. Perciò, secondo tale tormentone, non è Xylella la causa del disseccamento degli olivi. In realtà i dati ufficiali della campagna 2021-2022 dicono tutt’altro; dei 4470 olivi classificati in quel monitoraggio con “sintomo presente” (che, come spiegato chiaramente nella nota del servizio fitosanitario, include anche ma non solo quelli “con evidenti sintomi di disseccamento” e quindi non è sinonimo di OQDS) sono ben 2168 quelli risultati positivi, pari al 48,5%, valore che nella fascia ex-contenimento sale addirittura al 68,7%!».










