C’è qualcosa che non torna nei fondamentali dell’olio d’oliva europeo. Meno prodotto, domanda vivace, scorte in contrazione: eppure i prezzi alla produzione restano fermi, compressi, incapaci di restituire valore agli olivicoltori. È una frattura silenziosa, ma profonda, che attraversa il cuore del Mediterraneo olivicolo e che oggi impone una riflessione anche all’Italia, dove la sostenibilità economica del settore è già sotto pressione.
Spagna, meno olio ma mercato dinamico
La fotografia più aggiornata arriva dalla Spagna, primo produttore mondiale e vero barometro globale del comparto. Secondo i dati dell’Agenzia per l’informazione e il controllo alimentare (Aica), al 31 marzo 2026 la produzione si è fermata a 1.277.889 tonnellate, segnando un calo del 10% rispetto alla campagna precedente.
Un dato inferiore alle attese, confermato anche a livello territoriale: in Andalusia, e in particolare nelle province simbolo come Córdoba e Jaén, i raccolti sono risultati significativamente più bassi delle previsioni ufficiali. A Jaén, cuore mondiale dell’olivicoltura, si registra un deficit di circa 100.000 tonnellate rispetto alle stime iniziali, pari a un -19% (fonte: Coag Andalusia).
Eppure il mercato non si ferma. Le vendite continuano a crescere, raggiungendo 746.251 tonnellate, in aumento del 3,5% su base annua. Un segnale chiaro: la domanda tiene, anzi accelera.
Prezzi fermi: la protesta degli agricoltori
Secondo la teoria economica, un calo dell’offerta accompagnato da una domanda sostenuta dovrebbe tradursi in un aumento dei prezzi. Ma non è così. Il prezzo all’origine resta inchiodato intorno ai 4 euro al litro, al di sotto dei costi di produzione negli oliveti tradizionali.
Le organizzazioni agricole spagnole – Asaja, Coag e Upa – parlano apertamente di squilibrio di mercato. Jesús Cozar, segretario generale di Upa Andalusia, sottolinea come “la commercializzazione sia vivace, ma i prezzi non si riprendono” e non garantiscano la copertura dei costi.
Il problema è aggravato dall’aumento dei costi produttivi – fertilizzanti, energia, fitofarmaci – e da eventi climatici avversi, come le tempeste che hanno provocato la caduta anticipata delle olive, rendendo la raccolta più onerosa.
Il risultato è un sistema che funziona nei volumi ma non nella redditività. E con scorte in progressiva riduzione – 940.301 tonnellate a fine marzo, in calo mensile – si profila persino il rischio di magazzini vuoti entro l’autunno (fonte: Coag Andalusia).
L’anomalia dei prezzi lungo la filiera
A complicare ulteriormente il quadro è il comportamento dei prezzi lungo la filiera. Un’analisi pubblicata da Le Monde evidenzia una dinamica ormai ricorrente: i prezzi salgono rapidamente quando la produzione cala, ma scendono molto più lentamente quando le condizioni migliorano (fonte: Laurence Girard, Le Monde)
Il caso recente è emblematico. Dopo il picco di 8.000 euro a tonnellata nel 2023-2024, legato alla siccità in Andalusia, i prezzi all’origine sono scesi fino a circa 4.200 euro nel 2024-2025. Tuttavia, al dettaglio, la riduzione è stata minima: in Francia, il prezzo medio al litro è passato da 12,06 a 11,69 euro.
Una rigidità che solleva interrogativi sulla distribuzione del valore lungo la catena. Secondo Cynthia Riblet, direttrice marketing del marchio Puget, i margini della grande distribuzione restano elevati, mentre i consumatori si orientano sempre più verso le private label (fonte: Le Monde).
Un mercato globale sempre più spagnolo-centrico
Il peso della Spagna resta determinante. Con una produzione media di oltre 1,1 milioni di tonnellate su un totale mondiale tra 3 e 3,5 milioni, Madrid continua a dettare le regole del gioco. Italia, Grecia e Tunisia seguono a distanza, mentre Paesi come la Francia restano fortemente dipendenti dalle importazioni (fino al 95%) (fonte: Le Monde).
Questo significa che ogni oscillazione produttiva in Andalusia si riflette immediatamente sui mercati internazionali, amplificando volatilità e squilibri.
L’Italia davanti allo specchio
Quello che sta accadendo in Spagna non è un’anomalia isolata, ma un segnale strutturale che riguarda l’intero sistema olivicolo mediterraneo. Il vero nodo non è più solo quanto olio si produce, ma come viene distribuito il valore lungo la filiera.
Per l’Italia, questo scenario apre una domanda scomoda: il nostro modello, basato su qualità, frammentazione produttiva e forte identità territoriale, è davvero protetto da queste dinamiche? O rischia, al contrario, di essere ancora più esposto?
Se i prezzi all’origine non riescono a riflettere né la scarsità del prodotto né l’aumento dei costi, il rischio è chiaro: l’abbandono progressivo degli oliveti tradizionali, proprio quelli che definiscono il paesaggio e la biodiversità del nostro Paese.
Il paradosso dell’olio d’oliva oggi è tutto qui: un prodotto sempre più richiesto, sempre più globale, ma sempre meno capace di garantire reddito a chi lo produce. E senza reddito, non c’è futuro – né per la Spagna, né per l’Italia.








