Olivicoltura siriana tra guerra e rinascita

olivicoltura siriana
Il settore olivicolo, con i suoi oltre 100 milioni di alberi, rappresenta un pilastro dell’economia rurale siriana. Rilanciare la filiera, investire e innovare è la chiave per una rinascita sostenibile

La Siria, crocevia millenario tra Oriente e Occidente, si estende nel cuore del Mediterraneo orientale, affacciandosi a occidente sul Mar Mediterraneo. Questa posizione ne ha fatto, fin dall’antichità, un crogiolo di tradizioni agricole, tra le quali la coltivazione dell’olivo occupa un posto di assoluto rilievo. Scoperte archeologiche nella città di Ebla, nel nord della Siria vicino a Idleb, hanno portato alla luce tavolette di argilla risalenti al 2.400 a.C. che descrivono terreni e oliveti appartenenti ai sovrani del palazzo reale, attestando una tradizione olivicola che affonda le radici in almeno quattro millenni di storia.

Secondo De Candolle (1883), la Siria e l’Iran rappresentano i due luoghi d’origine della domesticazione dell’olivo (Olea europaea L.), da dove questa coltura si è poi diffusa nell’intero bacino del Mediterraneo. L’incremento delle superfici e del numero di alberi riflette l’espansione avvenuta fino alle soglie del conflitto e la parziale tenuta del patrimonio arboreo nelle aree meno colpite; il crollo produttivo è invece imputabile all’abbandono dei campi, alle devastazioni fisiche e alla siccità crescente, fattori che hanno disaccoppiato la dimensione strutturale del settore dalla sua capacità produttiva effettiva. L’olivo è dunque ben più di una semplice coltura per la Siria: è un patrimonio identitario, culturale e sacro, menzionato in tutti i testi religiosi e profondamente intrecciato con la vita, la tradizione e la sicurezza alimentare della società siriana.

L’agricoltura ha storicamente rappresentato il settore economico più importante del Paese fin dalla sua indipendenza nel 1946. Tra le colture, l’olivicoltura riveste un ruolo strategico di primo piano: prima della crisi, si stimava che oltre 200.000 famiglie (circa un milione di persone) dipendessero direttamente o indirettamente dal reddito olivicolo come principale fonte di sostentamento. Il valore della produzione olivicola era stimato in oltre 18 miliardi di lire siriane già alla fine degli anni Novanta.

Oliveti tradizionali nella regione di Idleb, cuore storico dell’olivicoltura siriana.
Indicatore Prima 2011 Oggi
Superficie 544k ha 674k ha
Alberi 80 mln 101 mln
Produzione olio (*) 160mila t 95mila t
Consumi pro capite 5-6 kg 2-3 kg
Famiglie coinvolte 200mila 700mila
Qualità in crescita indebolita
Clima stabile siccità estrema
(*) Picco produttivo: 198mila t (2011-12)
Export: boom anni ’90-2005

Importanza del settore olivicolo in Siria prima del 2011

Prima del succedersi della primavera araba e del conseguente conflitto, il settore olivicolo siriano aveva raggiunto dimensioni ragguardevoli, collocando il Paese al quarto posto mondiale per la produzione di olio d’oliva, dopo Spagna, Italia e Grecia, con una quota pari al 4,71% della produzione mondiale (media 2001–2005). L’olivo occupava il primo posto tra gli alberi da frutto con 544.000 ettari coltivati e circa 80 milioni di alberi, pari al 10% della superficie coltivabile totale e al 65% dell’intera superficie frutticola del Paese.

La crescita del comparto era stata impetuosa: dai 249.000 ettari del 1980 si era passati ai 544.000 ettari del 2005, con il numero di alberi che saliva da 26,6 a 79,9 milioni, di cui circa 58 milioni già in fase produttiva. La produzione di olio d’oliva era cresciuta da 54.000 tonnellate nella campagna 1990/91 a 160.000 tonnellate nella campagna 2004/05. Il 15-20% delle olive era destinato al consumo da tavola, mentre il restante era trasformato in olio.

La maggior parte dell’olivicoltura, circa il 72%, si concentrava in due macroaree: nel nord-ovest (Idleb e Aleppo, con oltre il 52% della superficie) e nelle regioni costiere (Lattakia e Tartous, con il 20%). La restante produzione era distribuita nelle regioni centrali (Hama e Homs) e meridionali (Daraa, Sweida, Quneitra e Damasco). Oltre il 95% della coltivazione era condotta in regime pluviale, mentre solo una piccola percentuale beneficiava di irrigazione.

Un dato di particolare rilievo era la transizione della Siria da Paese importatore netto di olio d’oliva negli anni Novanta, all’autosufficienza raggiunta nel 1996, fino a divenire Paese esportatore. Nel 2005, il surplus esportato aveva raggiunto 35.000-40.000 tonnellate, con un incremento delle esportazioni pari al 1.880% nell’arco di un decennio. Il consumo interno si attestava a circa 110.000 tonnellate annue, con una media pro capite di 5,3 kg.

Il ricco patrimonio varietale siriano

La Siria, essendo parte dell’habitat originario dell’Olea europaea L., possiede un germoplasma olivicolo straordinariamente ricco. Sono state identificate oltre settanta varietà coltivate nelle diverse regioni del Paese, sebbene solo cinque di esse – Zaity, Sorani, Doebli, Khoderi e Kaissy – rappresentassero circa il 90% del patrimonio arboreo complessivo.

  • La varietà Zaity, prevalentemente olearia con una resa media in olio del 21,8-31,2%, dominava le aree settentrionali con il 33% della superficie totale.
  • La Sorani, a duplice attitudine, era diffusa tra Aleppo, Idleb, Hama e Daraa (29,4%).
  • La Doebli caratterizzava le regioni costiere (11,7%),
  • la Khoderi la provincia di Lattakia (10,3%),
  • mentre la Kaissy, apprezzata soprattutto come oliva da tavola, era presente nelle zone di Aleppo e Idleb (4,8%).
  • Tra le varietà minori spiccava la Dan, a duplice attitudine, apprezzata per le note di erba fresca nei suoi oli. Di notevole interesse storico era il rinvenimento nell’area di Palmira di venti varietà locali con alberi ultra-centenari.

Le analisi condotte nell’ambito del progetto di cooperazione italo-siriano hanno confermato che gli oli siriani presentano caratteristiche chimiche generalmente conformi agli standard internazionali del Consiglio Oleicolo Internazionale (COI), con elevati contenuti di polifenoli totali e di acido oleico.

Dal punto di vista organolettico, gli oli extra vergine siriani si distinguono per un’elevata intensità del fruttato, con note di

  • pomodoro verde (come nella cv Sorani),
  • mandorla e mela (Kaissy)
  • o erba fresca (Dan).
Distribuzione delle varietà coltivate nelle diverse zone bioclimatiche della Siria.

Il settore della trasformazione prima del conflitto

Nel 2005, la Siria contava 923 frantoi (428 a centrifugazione e 495 a pressione), con una capacità di trasformazione giornaliera complessiva di 20.000 tonnellate di olive ogni 24 ore. Tra le principali criticità emerse nel corso di un’indagine che ha interessato la metà dei frantoi:

  • i tempi di attesa eccessivi delle olive prima della molitura (fino a 10-15 giorni nelle annate di alta produzione),
  • il mancato rispetto della temperatura massima di 30 °C durante la gramolatura
  • e lo stoccaggio inadeguato dell’olio.

Si stimava che circa il 30% dell’olio prodotto annualmente potesse essere classificato come extra vergine, e che la maggior parte di questo venisse esportata sfusa verso l’Europa.

Il settore vivaistico comprendeva 12 grandi vivai pubblici distribuiti nelle diverse regioni del Paese e circa 645 piccoli vivai privati. La produzione annua di materiale di propagazione era stimata in 4-6 milioni di piantine, di cui il 60% proveniente da vivai statali. Tuttavia, l’assenza di un sistema di certificazione fitosanitaria rigoroso e la mancanza di controlli sulla corrispondenza varietale rappresentavano problematiche significative, con connessi rischi fitosanitari.

Frantoi e linee di estrazione nel contesto siriano pre-conflitto.

L’impatto del conflitto sul settore olivicolo

Lo scoppio delle ostilità nel 2011 ha rappresentato un punto di drammatica cesura per il settore olivicolo siriano, così come per l’intera economia del Paese. Il conflitto ha causato danni ingenti alle infrastrutture agricole, ai frantoi, ai vivai e agli oliveti stessi, in particolare nelle regioni settentrionali e nord-occidentali, storicamente le più produttive.
Lo spostamento forzato di milioni di persone, la perdita di manodopera qualificata, l’interruzione delle filiere di approvvigionamento e la distruzione dei sistemi irrigui hanno determinato un drastico calo della produzione e della qualità olivicola. Tutte le attività progettuali sono state sospese, pur non cessando mai del tutto il supporto da remoto ed anche la presenza nel Paese.

Situazione attuale e prospettive future

Nonostante i profondi sconvolgimenti causati dal conflitto, il settore olivicolo siriano conserva dimensioni di rilievo. Secondo i dati statistici più recenti (2022), la superficie coltivata a olivo ha raggiunto 674.000 ettari — pari al 12% della superficie agricola totale e al 65% dell’intera superficie frutticola del Paese — con un patrimonio arboreo di circa 101 milioni di alberi, di cui 90 milioni in fase produttiva.

Questi dati rappresentano il riferimento strutturale più aggiornato disponibile; la stagione 2025-26, caratterizzata dalla siccità più grave degli ultimi cinquant’anni, ha determinato un ulteriore peggioramento rispetto a questi valori. Apparentemente controintuitivo rispetto al contesto bellico, riflette il ruolo dell'olivo come risorsa di sussistenza di ultima istanza:  con il collasso di molti altri settori economici, un numero crescente di famiglie ha fatto affidamento sull’olivicoltura come principale o unica fonte di reddito e autoconsumo alimentare. Tutto ciò riflette la continua espansione del comparto avvenuta fino alle soglie del conflitto e la parziale tenuta del patrimonio arboreo nei decenni successivi.

La distribuzione geografica vede

  • la prevalenza della regione settentrionale (province di Idleb e Aleppo) con il 46% della superficie,
  • seguita dalla regione centrale (Homs, Hama e Ghab) con il 26%,
  • dalla fascia costiera (Lattakia e Tartous) con il 18%
  • e dalla regione meridionale (Daraa, Sweida, Quneitra e Damasco rurale) con l’8%.

L’olivicoltura coinvolge circa 700.000 famiglie — il 15% circa della popolazione siriana — con il collasso di molti altri settori economici, un numero crescente di famiglie ha fatto affidamento sull’olivicoltura come principale o unica fonte di reddito e autoconsumo alimentare, confermando il settore come uno dei principali pilastri dell’economia rurale e della sicurezza alimentare del Paese.

Il conflitto ha determinato un calo significativo della produzione, imputabile a cause molteplici:

  • i cambiamenti climatici, che hanno colpito duramente la produttività degli alberi;
  • l’abbandono dei campi da parte di molti olivicoltori, in particolare nelle province di Idleb e Aleppo, a causa della guerra e degli sfollamenti forzati;
  • le devastazioni fisiche causate da abbattimenti, incendi e sradicamento degli alberi.

La produzione media di olio d’oliva negli ultimi cinque anni si è attestata intorno alle 95.000 tonnellate annue — meno della metà rispetto al picco storico di 198.000 tonnellate raggiunto nella campagna 2011-2012. Anche il consumo interno pro capite si è ridotto sensibilmente, passando dagli oltre 5-6 kg/persona del periodo pre-crisi agli attuali 2-3 kg/persona, riflesso diretto del calo del potere d’acquisto delle famiglie siriane e del conseguente aumento dei prezzi al consumo.

A questi fattori strutturali si è aggiunta, nella stagione 2025-2026, la siccità più grave registrata in Siria negli ultimi cinquant’anni. Il drastico calo delle precipitazioni e l’aumento delle temperature nelle fasi critiche della fioritura e dell’allegagione hanno compromesso pesantemente la produzione, che non ha superato le 500.000 tonnellate di olive. L’impatto è stato particolarmente severo nelle aree a coltivazione pluviale — che rappresentano la grande maggioranza delle superfici olivicole siriane — soprattutto nelle regioni settentrionali e nord-occidentali, storicamente le più produttive.

Sistema di trasformazione e qualità dell’olio

Attualmente la Siria conta circa 900 frantoi, dei quali la grande maggioranza opera con tecnologie a centrifugazione continua; solo 133 impianti tradizionali a pressione sono ancora in attività, concentrati prevalentemente nella fascia costiera.
Il Paese dispone inoltre di circa 35 impianti di filtraggio e imbottigliamento, la cui produzione è orientata in larga misura ai mercati esteri.

La qualità dell’olio ha risentito pesantemente degli anni di conflitto:

  • il controllo lungo la filiera si è indebolito,
  • le normative sulla qualità non sono state applicate con continuità
  • e il laboratorio di analisi dell’olio d’oliva di Idleb — sviluppato grazie alla cooperazione italiana nell’ambito del progetto Olio-Idleb e accreditato internazionalmente — è rimasto fuori servizio dal 2015.

Ne è conseguita una riduzione della quota di olio extravergine di qualità superiore sul mercato interno, dove la maggior parte degli oli commercializzati rientra nelle categorie vergine e vergine corrente.

Sul fronte dell’export, i principali mercati di sbocco per l’olio d’oliva siriano sono i Paesi del Golfo Arabo, con l’Arabia Saudita in primo piano. Tuttavia, l’assenza di una strategia esportativa strutturata, con volumi, tipologie di prodotto e formati di confezionamento definiti stabilmente, ha reso difficile consolidare la presenza sui mercati internazionali, con conseguenti perdite per produttori, trasformatori e operatori del settore. La sospensione della membership siriana presso il Consiglio Oleicolo Internazionale ha ulteriormente limitato le possibilità di accesso ai benefici e al riconoscimento normativo previsti per i Paesi membri.

Priorità strategiche per il rilancio

Le priorità strategiche individuate per il rilancio del settore sono chiare e ambiziose. Sul piano produttivo, si punta a un censimento aggiornato e scientificamente fondato delle superfici e degli alberi, a una valutazione sistematica dello stato sanitario e varietale del patrimonio arboreo, e all’adozione di pratiche agricole migliorate — inclusa la coltivazione intensiva nelle aree vocate, per innalzare le rese medie.
Sul piano della trasformazione, l’obiettivo è generalizzare l’applicazione delle buone pratiche nei frantoi, recuperando la capacità di produrre olio extravergine di alta qualità.
Sul piano commerciale, si lavora alla creazione di marchi di qualità e indicazioni geografiche che valorizzino le cultivar siriane e permettano di accedere ai mercati internazionali con prodotti imbottigliati a marchio proprio, anziché come olio sfuso.
Fondamentale resta il ripristino delle capacità analitiche dei laboratori ufficiali e la certificazione delle esportazioni mediante analisi chimiche e sensoriali accreditate, quali garanzie dell’identità e della qualità dell’olio d’oliva siriano sui mercati mondiali.

Il settore olivicolo siriano ha dimostrato una notevole resilienza nel corso degli anni del conflitto, mantenendosi come presidio economico e alimentare per centinaia di migliaia di famiglie rurali. Questa tenacia, unita all’eccezionale ricchezza genetica e varietale del patrimonio autoctono — oltre 70 cultivar adattate a condizioni pedoclimatiche assai diverse — rappresenta la base più solida su cui costruire una rinascita che sia al tempo stesso produttiva, qualitativa e socialmente inclusiva, capace di coinvolgere giovani e donne in ogni segmento della filiera.

Frantoi e vivai, i dati aggiornati al 2025

I dati raccolti nel 2025 sulle infrastrutture olivicole nelle aree del nord-ovest siriano attestano una parziale sopravvivenza del tessuto produttivo, seppur con significative differenze territoriali. Nella provincia di Idleb si contano ancora 134 frantoi operativi e 23 vivai che commercializzano piantine di olivo, di cui 4 con capacità produttiva propria.

Tab. 1 – Frantoi e vivai olivicoli nella provincia di Idleb (2025)

Area Vivai vendita Vivai produz. Frantoi Note
Idlib 0 0 37
Harem 20 4 45
Jisr al-Shughur 3 0 20
Saraqib 0 0 0
Ariha 0 0 31
Maarat al-Nu’man 0 0 1 Non operativo
Khan Shaykhun 0 0 0
Totale Idlib 23 4 134

Fonte: Olive Bureau, Siria, 2025.

Nelle aree di Afrin, Atarib, Darat Izza e Ghosn Al-Zaytun, la situazione appare particolarmente dinamica per il distretto di Afrin, che da solo conserva 212 frantoi e 188 vivai, confermandosi come polo produttivo di primaria importanza nonostante le vicende belliche.

Tab. 2 – Frantoi e vivai olivicoli nelle aree di Afrin, Atarib, Darat Izza e Ghosn Al-Zaytun (2025)

Area Frantoi Vivai
Afrin 212 188
Atarib 6 4
Darat Izza 2 3
Ghosn Al-Zaytun (Jindires) 5
Ghosn Al-Zaytun (Afrin) 4
Ghosn Al-Zaytun (Sharran) 2
Ghosn Al-Zaytun (Rajo) 2
Ghosn Al-Zaytun (altri) 2
Totale 220 210

Fonte: Olive Bureau, Siria, 2025.

Questi dati, pur parziali e riferiti esclusivamente alle aree accessibili del nord-ovest, testimoniano la tenacia delle comunità olivicole siriane e la persistenza di un tessuto produttivo che, opportunamente supportato, può costituire la base per un effettivo rilancio della filiera.

L’olivo motore di rinascita

Visita tecnica in Idleb durante il progetto “Olio-Idleb 2006” del CIHEAM di Bari.

Quanto emerge dai dati e dalle esperienze raccolte in questo articolo disegna un quadro complesso, in cui alla devastazione si affianca una tenace capacità di resistenza. L’olivo è per la Siria molto più di una coltura: è il filo che unisce quattromila anni di storia agricola alla necessità concreta di ricostruire oggi un’economia rurale sostenibile. Il suo olio, pilastro riconosciuto della dieta mediterranea e della salute umana, resta un presidio alimentare irrinunciabile per milioni di famiglie.

La sfida che attende il settore olivicolo siriano è complessa e richiederà un approccio integrato che coinvolga

  • la ricostruzione delle infrastrutture,
  • il rilancio del sistema vivaistico con materiale certificato,
  • il rafforzamento istituzionale,
  • la formazione tecnica specialistica
  • e lo sviluppo di strategie di mercato e branding.

In questo percorso, l’inclusione di giovani e donne nella filiera rappresenta non solo un imperativo di equità sociale, ma anche una leva strategica per garantire innovazione e sostenibilità.
Centrale, in tale visione, è la necessità di dotarsi di un Piano Olivicolo Nazionale che, partendo dalle esperienze già maturate nel periodo pre-conflitto, sappia riposizionare la Siria nello scenario mondiale della produzione di olio d’oliva: non come semplice fornitore di materia prima sfusa, ma come Paese capace di valorizzare le proprie eccellenze varietali, di costruire un marchio territoriale riconoscibile e di sviluppare un sistema economico olivicolo integrato, dalla produzione alla trasformazione, fino alla commercializzazione sui mercati internazionali.

L’esperienza siriana conferma che l’olivicoltura può essere un motore di sviluppo rurale sostenibile anche nei contesti più difficili, a condizione che si investano risorse adeguate e si garantisca continuità di assistenza tecnica qualificata. L’olivo, con la sua capacità di generare reddito, consolidare comunità rurali e preservare paesaggi identitari, si conferma come uno dei principali pilastri su cui costruire la rinascita economica e sociale della Siria. L’Italia e il CIHEAM Bari sono pronti a continuare a fare la propria parte in questa sfida.


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Gli autori sono di
1CIHEAM – Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari
2Olive Bureau – Ministero dell'Agricoltura e della Riforma Agraria siriano
3Agrimeca Grape & Fruit Consulting, Terlizzi, Bari

Olivicoltura siriana tra guerra e rinascita - Ultima modifica: 2026-05-26T15:47:29+02:00 da Barbara Gamberini

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