L’olivicoltura italiana cede terreno, ma l’export di olio vola

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La produzione globale è ai massimi (+38%), ma il Belpaese scende al 6,3% del totale, anche per prezzi più alti e deficit strutturale

Dal 2014 al 2024 la superficie agricola destinata agli olivi in Italia si è ridotta del 7,1%. È uno dei dati chiave che emerge dall’ultima indagine sull’industria dell’olio d’oliva pubblicata dall’Area Studi di Mediobanca e diffusa da Ansa, che fotografa un comparto diviso tra debolezza strutturale in campo e dinamismo sui mercati internazionali.

Meno oliveti, leadership regionale invariata

Il calo della Sau (superficie agricola utilizzata) dedicata agli olivi conferma un trend decennale di progressivo abbandono dell’olivicoltura. In termini di incidenza regionale, spicca la Calabria, che concentra il 30,4% della Sau regionale in oliveti, pur registrando una flessione del 6,7% rispetto al 2014. Segue la Puglia, con il 27,3% della propria Sau destinata agli olivi (-2,7%). In controtendenza la Lombardia, dove la superficie a olivo cresce del 32,4%, pur rappresentando solo lo 0,3% della Sau regionale.

Sul fronte produttivo, la Puglia si conferma prima regione italiana con il 45,1% dell’olio d’oliva nazionale, seguita da Sicilia (10,7%) e Calabria (10,3%). Completano la graduatoria Toscana (8,3%) e Lazio (6,8%).

Produzione mondiale ai massimi, Italia in controtendenza

La campagna 2024-25 segna una netta inversione di rotta a livello globale: dopo due anni di «scarica», la produzione mondiale di olio d’oliva raggiunge il massimo storico di 3,6 milioni di tonnellate (+38% sul 2023-24). Crescono tutti i principali player:

  • Spagna (+51%, leader con il 36,1% del totale),
  • Turchia (+109,3%, 12,6%),
  • Tunisia (+54,5%, 9,5%)
  • e Grecia (+42,9%, 7%).

In netta controtendenza l’Italia, che registra un calo del 31,8% e dimezza il proprio peso sulla produzione mondiale: dal 12,7% del 2023-24 al 6,3% del 2024-25. Una contrazione che, secondo l’analisi Mediobanca, continua a sostenere quotazioni interne superiori ai benchmark internazionali.

Da inizio 2024 a inizio 2025 i prezzi dell’extravergine spagnolo (Jaén) e greco (Chania) si sono dimezzati (rispettivamente da 8,8 a 4,1 euro/kg e da 8,3 a 4,2 euro/kg). L’Evo italiano (Bari), invece, si è mantenuto sopra i 9 euro/kg fino al calo di novembre 2025, quando ha toccato 7,58 euro/kg: pari a 1,5 volte il prezzo greco (5,05 euro/kg), 1,7 volte quello spagnolo (4,54 euro/kg) e 2,1 volte quello tunisino (3,68 euro/kg).

Sul fronte della domanda, i consumi mondiali tornano a crescere nel 2024-25 (+15,3%), superando i 3,2 milioni di tonnellate. Aumentano in Spagna (+14,3% dei consumi mondiali) e negli Stati Uniti (+8%, quota del 12,4%), mentre in Italia si registra un calo del 4%, con una quota del 12,3% che mantiene il Paese al terzo posto globale.

Export forte, ma bilancia in disavanzo

Nonostante la «storica carenza produttiva», l’Italia resta un attore chiave nel commercio internazionale. Nel 2024 è seconda al mondo per esportazioni (2,8 miliardi di euro), dietro la Spagna (5,1 miliardi) e davanti al Portogallo (1,5 miliardi). È inoltre seconda per importazioni (2,9 miliardi), dopo gli Stati Uniti (3 miliardi) e prima della Spagna (1,4 miliardi).

Metà dell’export italiano si concentra in tre mercati:

  • Stati Uniti (32,2% dei volumi 2024),
  • Germania (14%)
  • e Francia (6,8%).

Le importazioni provengono principalmente da Spagna (56,8%), Grecia (17,5%) e Tunisia (14%).

La bilancia commerciale resta strutturalmente negativa: nel biennio 2022-2023 il deficit ha raggiunto rispettivamente -331 e -278 milioni di euro, rispetto a una media dal 1991 di -171 milioni. Nel 2024 il disavanzo si è ridotto a -19 milioni, ma il quadro rimane fragile.

Le stime per il 2025-26 indicano una produzione interna di 300 mila tonnellate (+21% sul 2024-25), insufficiente a coprire consumi pari a 470 mila tonnellate. Le importazioni previste (570,9 mila tonnellate) supereranno le esportazioni (371 mila), confermando la dipendenza dall’estero.

Industria resiliente e vocazione internazionale

Se la campagna olearia soffre, l’industria mostra segnali di robustezza. Le vendite dei maggiori produttori italiani sono cresciute a un tasso medio annuo del 7%, superiore al resto dell’alimentare (Cagr, tasso di crescita annuo composto, al +4,4%) e quasi doppio rispetto alla manifattura (+3,9%). Determinante il contributo dell’export, in aumento del 9% medio annuo tra 2015 e 2024.

Oggi il 35,4% del giro d’affari del settore è realizzato all’estero (+5,4 punti percentuali rispetto al 2015), una quota superata solo dai produttori di bevande (39,1%).

L’olivicoltura italiana cede terreno, ma l’export di olio vola - Ultima modifica: 2026-02-18T13:02:35+01:00 da Marco Pederzoli

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