La rogna dell’olivo: una malattia difficile da combattere

rogna olivo
Tubercoli causati da Pseudomonas savastanoi pv. savastanoi su rami di olivo.
L’intensificazione colturale con la meccanizzazione della potatura, l’uso degli abbacchiatori elettrici o eventi naturali come la grandine che, provocano ferite sugli organi legnosi, possono aumentare i rischi di infezione

Quale olivicoltore non conosce e non sa riconoscere la rogna dell’olivo? Si manifesta con sintomi talmente specifici ed evidenti (presenza di tubercoli-tumori soprattutto su rametti e rami) che è difficile sbagliarsi (foto in apertura). Questa malattia è causata dal batterio fitopatogeno Pseudomonas savastanoi pv. savastanoi ed è diffusa in tutti gli areali di coltivazione dell’olivo. L’analisi filogenetica condotta su un’ampia popolazione del batterio (cioè l’analisi sulla storia evolutiva del batterio) sostiene l’ipotesi che tale popolazione derivi da un unico individuo (clone) che migliaia di anni fa con la diffusione dell’olivo si è diffuso in tutti i Paesi del bacino del Mediterraneo (Moretti et al., 2016).

La dimostrazione definitiva che la rogna dell’olivo è causata da un batterio la dobbiamo a ricercatori italiani e in modo particolare a Luigi Savastano, professore della Regia Scuola Superiore di Agricoltura di Portici, che a fine ’800 isolò dai tubercoli un batterio che inoculato in olivi sani era in grado di riprodurre i sintomi della malattia.

Evoluzione dei sintomi e danni

Non sempre però è facile accorgersi che il proprio oliveto è affetto da rogna quando la malattia è in uno stadio iniziale del suo sviluppo, dato che all’inizio i tubercoli, di forma sferoidale, sono di pochi millimetri di diametro. Per avere una conferma che si tratti di rogna, si possono sezionare alcuni tubercoli con un coltello (la consistenza al taglio è simile a quella di un tubero di patata) e osservare al centro aree umide, di colore dal verde chiaro al verde scuro che successivamente necrotizzano (foto qui di seguito).

Giovani tubercoli su rami di olivo non sezionati (A) e sezionati (B). Al centro del tubercolo si osservano le aree umide verde scuro che poi diventano necrotiche.

All’interno dei giovani tubercoli, il patogeno trova una nicchia ecologica ottimale per la sua crescita. È ottimale perché il batterio è in grado di produrre ormoni (auxine e citochinine) che stimolano un’abnorme proliferazione delle cellule della pianta (da qui deriva il tubercolo che è un vero e proprio tumore), le quali essendo giovani, in attivo metabolismo ed in gran numero saranno in grado di fornire al batterio elevate quantità di sostanze nutritive. I livelli elevati di auxine e citochinine nel tubercolo richiamano sostanze nutritive dalle parti sane della pianta indebolendo così il rametto interessato dalla malattia fino a farlo disseccare.

Quando le infezioni del batterio sono molto gravi, i sintomi della batteriosi possono essere osservati anche su foglie con piccoli tubercoli e sulle olive con tacche di 0,5-3 mm di diametro.

I principali danni causati dalla rogna consistono nella defogliazione e disseccamento dei rametti infetti con conseguenti perdite quantitative della produzione a causa della sottrazione di sostanze nutritive alla pianta.

Per quanto riguarda invece l’effetto sulla qualità dell’olio ci sono risultati contrastanti. In un lavoro preliminare, abbiamo dimostrato che nella cultivar Frantoio la malattia non ha alterato le principali caratteristiche chimiche dell’olio (quali acidità libera, contenuto in perossidi e contenuto in polifenoli) né le caratteristiche sensoriali saggiate tramite panel test. Viceversa, altri Autori hanno osservato un significativo peggioramento della qualità dell’olio. Sono pertanto necessari ulteriori studi per chiarire questo importante aspetto.

Come il batterio infetta l’olivo

È da premettere che il batterio P. savastanoi pv. savastanoi può sopravvivere esternamente sulla superficie delle foglie dove la popolazione batterica può raggiungere livelli elevati soprattutto in primavera e in autunno quando solitamente le temperature non sono molto elevate e la vegetazione rimane a lungo bagnata. Questo fa sì che gli olivi siano già contagiati e quindi predisposti ad essere infettati e che anche negli oliveti sani il batterio può essere sempre in agguato.

Però per causare infezioni il batterio deve necessariamente penetrare all’interno della pianta e lo fa attraverso le ferite, dato che i succhi da ferita sembrano condizionare lo sviluppo dell’infezione. Infatti, se sperimentalmente introduciamo P. savastanoi pv. savastanoi nei tessuti della pianta attraverso gli stomi (ad esempio spruzzando ad alta pressione una sospensione del batterio sulla lamina fogliare) la malattia non si sviluppa. Le ferite, vie di ingresso del batterio, sono quelle naturali dovute all’abscissione fogliare (la ferita localizzata sul punto in cui il picciolo e quindi la foglia si staccano dal rametto), quelle provocate dall’uomo durante la potatura e la raccolta e quelle generate da eventi meteorici avversi come le grandinate e le gelate. Dal momento dell’ingresso del batterio fino alla comparsa dei piccoli tubercoli (periodo di incubazione) possono trascorrere da uno a tre mesi. In ragione di questo tempo così lungo, è capitato che alcuni olivicoltori non hanno associato la grandinata occorsa nel loro oliveto con il successivo incremento della gravità della malattia. Le temperature molto al disotto dello zero termico registrate in Italia nel febbraio del 2018 hanno provocato nei mesi successivi gravissimi attacchi del batterio, tanto che sulle piante più danneggiate i numerosi tubercoli confluivano fino a generare grandi ammassi di tessuto rognoso con danni assai ingenti.

P. savastanoi pv. savastanoi è un batterio molto pericoloso perché si insedia nei vasi xilematici, cioè negli elementi che trasportano la linfa grezza, diffondendo così l’infezione nell’intera pianta. Tutto ciò genera la formazione di tubercoli secondari e, similmente a quanto avviene in patologia umana e animale, da un tumore primario, per metastasi, si possono formare tumori secondari.

Quando i tubercoli si ingrandiranno e si fessureranno (vedi foto qui sotto), i batteri possono uscire all’esterno della pianta e trasportati dalla pioggia e da pioggia mista al vento possono raggiungere e contagiare le piante limitrofe.

Dai tubercoli fessurati e in disfacimento fuoriescono i batteri che origineranno ulteriori contagi ed infezioni.

L’infezione è sfavorita dalle alte temperature estive e dalle basse temperature invernali. Molto preoccupanti sono, invece, i periodi primaverile ed autunnale, dove il batterio è particolarmente attivo. Le infezioni si possono verificare a temperature variabili e piuttosto ampie, da 10-12 °C a 30-32 °C, la temperatura ottimale è compresa tra i 22 °C e i 25 °C ed elevata umidità.

Vecchi e nuovi rimedi contro la malattia

Per un nuovo impianto è necessario innanzi tutto utilizzare materiale di propagazione sano e certificato ai sensi della normativa fitosanitaria vigente. Se si dovesse optare per un impianto intensivo o super intensivo è essenziale considerare che l’elevata densità delle piante, l’elevata umidità che si può creare nelle file e i danni causati dalla raccolta meccanizzata sono condizioni ottimali per l’insorgenza e la diffusione della malattia. Quindi è necessario avere maggior riguardo rispetto ai sistemi tradizionali.

Particolare attenzione va posta, inoltre, alla scelta della cultivar di olivo, scelta che si basa su molti criteri, tra i quali la resistenza alle fitopatie più ricorrenti nell’areale di coltivazione, rogna compresa. Di utilità potrebbe essere la consultazione di “Olea Database” (www.oleadb.it) dove è possibile verificare quale suscettibilità manifestano agli stress biotici le cultivar eleggibili per il nuovo impianto, se elevata, bassa o intermedia. A complicare la scelta vi è il fatto che una cultivar resistente o poco suscettibile in una zona potrebbe manifestare un comportamento opposto in un’altra zona.

Queste discordanze possono essere imputate a diverse cause:

  • l’errata identificazione della cultivar,
  • le differenze che possono esistere tra cloni della stessa cultivar,
  • la variabilità genetica del batterio che si ripercuote sulla sua maggiore o minore aggressività,
  • l’influenza delle condizioni pedo-climatiche sull’espressione della resistenza/suscettibilità della pianta.

Forse, la migliore cosa è quella di osservare il comportamento delle diverse cultivar di olivo nei confronti della rogna e di altre malattie nella zona dove si intende impiantare il nuovo oliveto.

Potatura e applicazione di rame

Nel caso di rischio di infezioni o di infezioni in atto si suggerisce di seguire i disciplinari di produzione integrata.

Quindi si raccomanda di eliminare con la potatura i rami infetti o compromessi. La potatura dovrebbe essere eseguita in periodi asciutti, limitando i grossi tagli. Nel periodo autunnale specialmente durante le operazioni di raccolta sarebbe meglio evitare la formazione di micro ferite. La raccolta dovrebbe essere evitata nei periodi piovosi. Dopo la potatura, la raccolta, una grandinata o una gelata sarebbe auspicabile intervenire tempestivamente utilizzando composti rameici per disinfettare le ferite. C’è però da ricordare a tale proposito che la Commissione Europea ha incluso tali composti tra quelli candidati alla sostituzione perché tossici per l’ambiente e la salute umana. Per tale ragione e in via transitoria non si può superare l’applicazione cumulativa di 28 kg di rame metallico per ettaro nell’arco di 7 anni, con la raccomandazione di rispettare il quantitativo di 4 kg di rame metallico per ettaro e per anno.

Quindi nella lotta alla rogna dell’olivo è indispensabile in primo luogo ridurre il quantitativo di rame metallico utilizzando composti rameici che a parità di efficacia apportano una quantità di rame metallico inferiore. È preferibile ad esempio trattare con ossicloruri di rame o idrossido di rame piuttosto che con poltiglia bordolese. Di interesse sembrano essere i fungicidi a base di rame complessato con sostanze organiche che pare possano entrare nei tessuti vegetali e conseguentemente avere un’azione curativa. Recentemente li abbiamo utilizzati con successo nella lotta all’occhio di pavone, una delle principali malattie dell’olivo.

Soluzioni in via di sviluppo

Negli ultimi anni, in vista di un possibile divieto dell’utilizzo dei composti rameici in agricoltura, sono stati condotti studi su piante di olivo in vaso e talvolta in pieno campo per saggiare l’efficacia di microrganismi antagonisti, sostanze naturali, fertilizzanti con capacità di attivare le difese della pianta nella lotta alla rogna dell’olivo.

Risultati promettenti sono stati ottenuti con applicazioni

  • di Bacillus subtilis,
  • estratti di propoli oleoso,
  • estratti fogliari di Lawsonia inermis (henné),
  • fertilizzanti-induttori di resistenza: Difer Active, Difer Combi PK, Flora Sheer (Krid et al., 2012; Trigui et al., 2013; Laccone et al., 2018).

Lo sfruttamento dell’attivazione delle difese della pianta (fenomeno noto come resistenza indotta) attraverso biostimolanti di natura microbica e chimica con molta probabilità rappresenterà la strategia migliore ed ecocompatibile per proteggere l’olivo dalla rogna e da altre malattie. L’attivazione delle difese della pianta, indotta ad esempio da microrganismi (batteri e/o funghi benefici) che colonizzano l’apparato radicale, avviene attraverso il rilascio di sostanze che sensibilizzano e mettono in allarme la pianta, la quale, quando arriverà un parassita, sarà in grado di rispondere più prontamente all’aggressione. Lo stesso accade con l’impiego di induttori chimici di resistenza come ad esempio il chitosano e la laminarina e moltissime altre sostanze naturali. La resistenza indotta ha la proprietà di essere sistemica (si manifesta cioè nell’intera pianta anche se il trattamento è stato applicato alle radici o sulla chioma), è ad ampio spettro (agisce contemporaneamente contro più malattie), dura nel tempo, soprattutto quando sono stati utilizzati microrganismi che colonizzano le radici. L’efficacia dei fertilizzanti-induttori di resistenza nella lotta alle malattie, comprese quelle batteriche, è dovuta al fatto che alcuni microelementi come ad esempio lo zinco hanno una duplice attività sia antibatterica sia come induttori di resistenza (Quaglia et al., 2021).

Per concludere, è auspicabile che ulteriori studi e sperimentazioni vengano condotti per individuare disciplinari di difesa integrata dell’olivo soprattutto idonei in olivicoltura biologica.


Leggi l’articolo su Olivo e Olio n. 2/2022

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La rogna dell’olivo: una malattia difficile da combattere - Ultima modifica: 2022-03-04T08:00:36+01:00 da Barbara Gamberini

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