L’olivo alla prova del deserto

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Dall’Arabia Saudita al Piemonte, il microbioma può diventare un alleato strategico contro siccità, salinità e cambiamento climatico. Le ricerche di Daniele Daffonchio

C’è un luogo che, più di molti altri, permette di osservare oggi ciò che potrebbe accadere domani a gran parte dell’agricoltura mediterranea. Non si trova in Andalusia, in Puglia o in Tunisia, ma nel cuore dell’Arabia Saudita, dove l’acqua rappresenta la risorsa più preziosa e limitante per qualsiasi attività agricola.

È qui che il professor Daniele Daffonchio, docente di Microbiologia Agraria e Ambientale presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, ha sviluppato una parte significativa delle sue ricerche sugli ecosistemi agricoli in condizioni estreme.

Durante il nostro incontro ha spiegato come l’obiettivo iniziale fosse studiare strategie alternative per aumentare sopravvivenza e produzione in ambienti caratterizzati da forte stress idrico e salinità. Il focus si è concentrato su un elemento spesso invisibile ma fondamentale: il microbioma, ovvero l’insieme dei microrganismi che vivono in stretta relazione con la pianta e ne influenzano crescita, salute e capacità di adattamento.

Le conoscenze maturate nei sistemi desertici stanno oggi trovando applicazione anche in contesti molto diversi, dal Piemonte all’Inghilterra, offrendo nuove prospettive per l’olivicoltura del futuro.

L’Arabia Saudita come laboratorio naturale

Daniele Daffonchio, docente di Microbiologia Agraria e Ambientale presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino.

Quando Daffonchio si trasferisce in Arabia Saudita, porta con sé anni di studi dedicati alle interazioni tra piante e microrganismi, con particolare attenzione alla risposta agli stress ambientali.

«Avevo iniziato a lavorare sulla vite e successivamente sull’olivo e palma da dattero, studiando come i microrganismi aiutano le piante a resistere alla siccità e alla salinità», racconta.

L’Arabia Saudita rappresenta una sorta di laboratorio a cielo aperto. Le precipitazioni sono minime, l’evaporazione elevatissima e l’acqua disponibile spesso presenta problemi di salinità. In queste condizioni, comprendere i meccanismi di adattamento delle colture non è soltanto una questione scientifica, ma una necessità produttiva.

L’olivo si rivela una delle specie più interessanti da studiare. Pianta tipicamente mediterranea, è naturalmente adattata a condizioni relativamente aride e mostra una notevole capacità di sopravvivenza anche in situazioni estreme.

La pianta non è mai sola

Uno degli aspetti centrali delle ricerche di Daffonchio riguarda il superamento di una visione tradizionale della pianta come organismo isolato. Per decenni agronomi e fisiologi hanno concentrato l’attenzione quasi esclusivamente sull’ospite vegetale. Oggi emerge invece con forza il ruolo dei microrganismi associati.

«La pianta non funziona da sola. Si è evoluta insieme a una comunità di partner microbici che svolgono funzioni essenziali», spiega il ricercatore.

Questi organismi popolano il suolo, la rizosfera, la superficie delle radici e persino i tessuti interni della pianta. Insieme costituiscono quello che viene definito microbioma.

Daffonchio utilizza un’immagine particolarmente efficace: il microbioma contiene una sorta di “secondo DNA” della pianta, un patrimonio genetico aggiuntivo che amplia enormemente le capacità dell’organismo vegetale.

Come i microbi aiutano l’olivo

Le funzioni svolte dai microrganismi sono numerose.

  • Alcuni favoriscono la disponibilità di nutrienti come azoto, fosforo e ferro.
  • Altri producono molecole che influenzano sintesi e trasporto degli ormoni vegetali, modificando l’architettura radicale e la capacità della pianta di esplorare il suolo alla ricerca di acqua.
  • Altri ancora sintetizzano composti in grado di mitigare gli effetti dello stress osmotico e salino.

Nei sistemi desertici queste funzioni assumono un’importanza cruciale.

L’obiettivo delle ricerche saudite è stato proprio identificare quei microrganismi capaci di migliorare la risposta dell’olivo a condizioni particolarmente severe.

I risultati ottenuti hanno mostrato che le piante inoculate con specifici ceppi microbici presentano prestazioni migliori rispetto ai controlli.

«Abbiamo visto che quando distribuivamo i batteri selezionati le piante funzionavano meglio», spiega Daffonchio.

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Credit Daniele Daffonchio.

Siccità e qualità dell’olio

La ricerca assume un valore ancora maggiore se si considerano gli effetti che il cambiamento climatico sta già producendo nelle principali aree olivicole del Mediterraneo.

Secondo Vladimiro Cardenia, anche lui docente al DISAFA, promotore delle attività di ricerca sull’olivicoltura piemontese e intervenuto durante l’intervista, in alcune aree della Spagna si stanno già osservando alterazioni della composizione chimica degli oli riconducibili agli stress idrici e termici.

In alcuni casi determinati parametri, come il contenuto di fitosteroli, rischiano di non raggiungere i limiti normativi previsti per la classificazione commerciale degli oli extravergini.

Si tratta di segnali che confermano come la gestione dello stress idrico non sia più soltanto un problema agronomico, ma anche qualitativo e commerciale.

Comprendere il ruolo del microbioma potrebbe quindi contribuire non solo alla sopravvivenza delle piante, ma anche alla salvaguardia delle caratteristiche merceologiche dell’olio extravergine.

Dal deserto al Piemonte

Le conoscenze sviluppate in Arabia Saudita stanno oggi trovando applicazione anche in contesti molto differenti.

In Piemonte, ad esempio, sono in corso attività di censimento e studio di olivi secolari che hanno dimostrato una sorprendente capacità di adattamento alle condizioni locali.

Alcune di queste piante hanno attraversato secoli di eventi climatici, gelate e variazioni ambientali mantenendo la propria vitalità.

Secondo Daffonchio e i suoi collaboratori, queste popolazioni rappresentano una preziosa risorsa genetica e biologica, e analizzarne il microbioma potrebbe consentire di comprendere quali meccanismi abbiano favorito il loro adattamento e individuare strategie replicabili in altri contesti produttivi.

Il caso inglese

Forse ancora più sorprendente è quanto sta avvenendo nel Regno Unito. Attraverso la collaborazione con il professore Marco Fusi dell’University of Newcastle, il gruppo di ricerca sta seguendo un progetto che punta a valutare il contributo dei microrganismi all’adattamento termico dell’olivo e all’inserimento dell’olivo in sistemi agricoli inglesi.

L’idea nasce dalla necessità di ripristinare la fertilità di terreni che, nel corso dei secoli, hanno perso gran parte della sostanza organica accumulata quando erano coperti da foreste.

In questo scenario l’olivo viene considerato non solo come coltura produttiva, ma anche come elemento capace di contribuire al sequestro di carbonio e alla rigenerazione dei suoli.

Le ricerche confrontano sistemi sauditi, italiani e britannici, analizzando come piante e microbi reagiscano a condizioni climatiche molto differenti.

E, se in Arabia Saudita il problema principale è la scarsità d’acqua, in Inghilterra la sfida riguarda soprattutto le basse temperature e gli episodi di gelo.

Anche in questo caso il microbioma potrebbe svolgere un ruolo determinante nell’adattamento delle piante.

Carbon farming e servizi ecosistemici

Un ulteriore filone di ricerca riguarda il contributo degli oliveti all’accumulo di carbonio. Secondo Daffonchio, il ruolo dei microrganismi non deve essere considerato soltanto in termini di produttività. Essi influenzano anche la capacità dei sistemi agricoli di immagazzinare carbonio nel suolo attraverso la crescita radicale e la formazione di biomassa stabile.

Durante gli esperimenti sauditi, uno degli obiettivi era proprio verificare se l’utilizzo di specifici batteri potesse contemporaneamente migliorare le prestazioni delle piante e favorire il sequestro di carbonio.

Un tema che si collega direttamente ai nascenti sistemi di carbon credit e alle strategie europee di mitigazione climatica.

Conclusioni

L’esperienza maturata nei deserti dell’Arabia Saudita dimostra come l’olivicoltura possa diventare un laboratorio privilegiato per affrontare alcune delle grandi sfide dell’agricoltura contemporanea.

Siccità, salinità, perdita di fertilità dei suoli e cambiamento climatico sono problemi che oggi appaiono estremi in alcune aree del pianeta, ma che stanno progressivamente interessando anche molti territori mediterranei.

Le ricerche coordinate da Daniele Daffonchio suggeriscono che una parte delle risposte potrebbe arrivare da un universo invisibile ma fondamentale: quello dei microrganismi associati alle piante.

Comprendere e valorizzare il microbioma significa infatti ampliare gli strumenti a disposizione dell’agricoltura, migliorando la resilienza delle colture senza rinunciare alla sostenibilità.

Nel caso dell’olivo, specie simbolo del Mediterraneo, questa conoscenza potrebbe rivelarsi decisiva per garantire produttività, qualità e adattamento in un clima destinato a cambiare sempre più rapidamente.


Le foto contenute in questo articolo sono di Daniele Daffonchio

L’olivo alla prova del deserto - Ultima modifica: 2026-10-14T13:08:06+02:00 da Barbara Gamberini

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