
Dal cuore al cervello, dal metabolismo al microbiota: l’olio extravergine d’oliva è sempre più al centro della ricerca clinica. A spiegarlo è il prof. Antonio Gasbarrini, direttore dell’Area Gastroenterologia e Oncologia Medica del Policlinico Gemelli di Roma, Direttore Scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs e tra i massimi esperti a livello internazionale di nutrizione, metabolismo e microbiota intestinale, si occupa da anni delle interazioni tra alimentazione e salute: in particolare, studia il ruolo dell’olio extravergine d’oliva come alleato di prevenzione metabolica, cardiovascolare e neuro-cognitiva.
Lo abbiamo intervistato per capire perché l’olio extravergine rappresenta oggi uno dei pilastri della prevenzione integrata.
Professore, qual è oggi l’evidenza più solida che definisce l’evo un “alimento-farmaco”?
«La quantità di dati è impressionante. Abbiamo studi epidemiologici, trial clinici e ricerche di biologia molecolare che convergono su un punto: l’olio extravergine d’oliva, soprattutto se ricco di polifenoli, svolge un’azione antinfiammatoria, antiossidante e di modulazione metabolica. È probabilmente il miglior esempio di food as medicine. Protegge dal diabete, riduce il rischio cardiovascolare, migliora la funzione endoteliale e modula il microbiota intestinale.»
Negli ultimi anni hanno fatto molto discutere le evidenze sul potere neuroprotettivo dell’evo. Quanto pesano davvero?
«Pesano moltissimo. Studi italiani e statunitensi dimostrano che alcuni polifenoli dell’evo attraversano la barriera emato-encefalica, riducono la neuroinfiammazione e migliorano la funzionalità mitocondriale. Significa che parliamo di un alimento potenzialmente protettivo nei confronti del declino cognitivo, dell’Alzheimer e di altre patologie neurodegenerative.»
Idrossitirosolo, oleuropeina, oleocantale: che cosa ci raccontano questi meccanismi?
«Ci confermano che l’evo non è semplicemente un “grasso buono”. È un concentrato naturale di molecole bioattive che svolgono funzioni estremamente sofisticate. L’oleocantale ha un’azione antinfiammatoria paragonabile a quella dell’ibuprofene; l’idrossitirosolo è uno dei più potenti antiossidanti presenti in natura. Sono questi meccanismi a dare all’evo un valore clinico reale.»
Uno degli studi più citati è il famoso Predimed. Quanto sono trasferibili i suoi risultati?
«Predimed è uno dei migliori studi sulla prevenzione primaria mai condotti. Il dato che mostra una riduzione fino al 40% del rischio di deficit cognitivi nei consumatori di evo ad alto contenuto di polifenoli è plausibile e perfettamente coerente con la letteratura internazionale. Traduco in pratica clinica: l’olio evo deve tornare a essere una scelta quotidiana, non occasionale.»
In questo quadro, quanto è importante guidare il consumatore nella scelta dell’olio giusto?
«È fondamentale. La qualità dell’oliva, il metodo di estrazione, la freschezza e il contenuto di polifenoli fanno la differenza tra un olio “neutro” e un olio realmente benefico. Non tutti gli evo sono uguali: la qualità incide sulla salute in modo diretto.»
Amaro e piccante: spesso il consumatore pensa siano difetti. Come spiegarne invece il valore?
«Molto semplicemente: amaro e piccante sono la firma dei polifenoli. Senza quell’amaro e quel pizzicore, l’olio è piatto anche dal punto di vista salutistico. Sono sentori che indicano vitalità biochimica e capacità protettiva.»
Che ruolo svolge l’evo sull’intestino e sull’asse intestino-cervello?
«Un ruolo profondo. L’evo riduce la permeabilità intestinale, modula il microbiota, abbassa la meta-infiammazione sistemica e sostiene la produzione di metaboliti protettivi. Questi benefici intestinali hanno un impatto diretto sul cervello grazie al dialogo continuo dell’asse intestino-cervello.»
Esiste una quantità giornaliera ideale?
«Le evidenze attuali suggeriscono che 2–3 cucchiai al giorno di un evo di qualità assicurino una protezione metabolica, cardiovascolare e neurocognitiva significativa. Non serve esagerare: è la costanza che fa davvero la differenza.»
Qual è l’impatto della qualità reale sulla capacità preventiva dell’olio?
«Determinante. Un evo fresco, estratto a freddo e ricco di polifenoli ha un valore preventivo enormemente superiore rispetto a un olio ossidato o povero di composti bioattivi. La qualità non è un dettaglio: è la condizione necessaria affinché l’olio sia davvero funzionale.»
La biodiversità olivicola italiana ha anche un valore nutrizionale?
«Assolutamente. Le nostre 43 Dop e 7 Igp rappresentano un patrimonio unico: ogni cultivar possiede un profilo specifico di polifenoli e di composti aromatici. Questa diversità è un valore non solo culturale, ma biologico: permette di realizzare oli con funzioni nutrizionali diverse e complementari.»
Possiamo immaginare un evo “personalizzato” in base al paziente?
«Sì, e in parte lo stiamo già facendo. Un paziente fragile necessita di un olio più digeribile e con acidità molto bassa; il paziente metabolico trae maggior beneficio da oli ricchi di polifenoli; nei disturbi cognitivi è sensato orientarsi verso oli ad alto contenuto di oleocantale. Siamo entrati nell’era della personalizzazione nutrizionale.»
Quali sono oggi le linee di ricerca più promettenti sul futuro dell’evo?
«Tre in particolare:
- trial clinici controllati su oli ad alto contenuto di polifenoli per il declino cognitivo precoce;
- interventi nutrizionali mirati sulla meta-infiammazione, oggi uno dei più grandi determinanti delle malattie croniche;
- impiego terapeutico controllato dell’evo come modulatore dell’asse intestino-microbiota-cervello.
Credo che nei prossimi anni avremo un approccio sempre più “medico” all’evo, pur rispettando la sua natura di alimento».
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