Se produrre olio non conviene più

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La crescita produttiva attesa in Spagna e il calo delle quotazioni riaccendono il problema della redditività olivicola italiana. Servono dati affidabili, strategie condivise e maggiore forza contrattuale per tutelare chi produce

Un raccolto spagnolo in crescita, quotazioni in discesa e un interrogativo che torna a pesare sull’olivicoltura italiana: chi garantirà un reddito sostenibile a chi produce olio? Con la Spagna che si prepara a una campagna abbondante, le conseguenze non si fermano ai listini iberici, ma investono gli equilibri dell’intero mercato mediterraneo. Per gli olivicoltori italiani, già alle prese con costi elevati, il rischio è che il valore riconosciuto alle olive non sia sufficiente a coprire le spese di raccolta e coltivazione. E quando produrre non è più remunerativo, a essere compromessi non sono soltanto i bilanci aziendali, ma gli investimenti, la cura degli oliveti e la continuità stessa dell’attività agricola. È da questa concreta fragilità economica che deve partire il confronto sulla nuova campagna.

Il divario tra Spagna e Italia

Per il 2026/27 Madrid stima una produzione nazionale di circa 1,6 milioni di tonnellate, con oltre 1,26 milioni attese in Andalusia. Il 19 ottobre, secondo l’Osservatorio prezzi e mercati della Junta de Andalucía, l’extravergine spagnolo quotava intorno a 3,40 euro al chilogrammo, contro circa 4,75 euro per quello italiano. Volumi attesi e quotazioni confermano il peso della produzione iberica sulle strategie degli operatori e sulle aspettative dell’intero bacino mediterraneo. L’Italia, che importa olio per integrare la propria disponibilità e commercializza il prodotto nazionale sui mercati internazionali, deve fare i conti con questa interdipendenza senza perdere di vista la redditività delle aziende agricole.

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Importazioni, tracciabilità e trasparenza

Anche i flussi dalla Tunisia e dagli altri Paesi mediterranei vanno letti con attenzione. Le importazioni rispondono a esigenze di approvvigionamento e possono alimentare attività di confezionamento e riesportazione: non tutti i volumi acquistati all’estero sono destinati al consumo interno. Per comprendere gli effetti sul mercato servono quindi dati affidabili su produzioni, scorte, destinazioni commerciali e quantità effettivamente immesse in vendita. Tracciabilità , indicazione dell’origine e controlli devono assicurare trasparenza al consumatore e condizioni di concorrenza corrette, evitando semplificazioni che attribuiscano a un singolo fattore dinamiche complesse.

Il ruolo delle istituzioni e dell’UE

Su questo terreno l’Italia può svolgere un ruolo più incisivo. Il monitoraggio tempestivo dell’andamento della campagna, il confronto con le organizzazioni dei produttori e gli altri operatori e la valutazione degli strumenti disponibili devono consentire di individuare le criticità prima che si traducano in difficoltà economiche diffuse. Il Ministero dell’Agricoltura, in raccordo con la filiera e con le istituzioni europee, può contribuire a costruire questo quadro e a portare nelle sedi competenti proposte fondate sui dati. Spetta poi all’Unione europea valutare, nel rispetto delle regole comuni, eventuali misure di gestione del mercato e assicurare che le norme siano applicate in modo uniforme. Non si tratta di invocare interventi automatici, ma di arrivare preparati al confronto e disporre degli elementi necessari per scegliere le risposte più adeguate.

Aggregazione e forza contrattuale

Le istituzioni, tuttavia, non possono sostituire l’organizzazione economica delle imprese. La frammentazione dell’offerta, la difficoltà di programmare le vendite e una capacità contrattuale spesso limitata rendono più vulnerabili molti olivicoltori. Aggregazione, accordi più stabili tra produttori, frantoi, industria e distribuzione e investimenti in efficienza sono strumenti essenziali per rafforzare la posizione di chi coltiva. È altrettanto importante che il valore riconosciuto al prodotto lungo la catena commerciale trovi un riscontro nella remunerazione della materia prima.

Reddito degli agricoltori e futuro del settore

La questione va oltre l’andamento di una singola campagna. Se i ricavi non coprono i costi, si riducono gli investimenti, si indebolisce il ricambio generazionale e aumenta il rischio di abbandono degli oliveti, con conseguenze per l’intero territorio. L’Italia non può determinare i volumi del raccolto spagnolo, ma può migliorare la propria capacità di leggere il mercato, coordinare le risposte e rafforzare la posizione dei produttori.

La vera misura della competitività olivicola non è soltanto la qualità che arriva al consumatore, ma la sostenibilità economica che permette di produrla. Difendere il reddito degli olivicoltori significa preservare investimenti, lavoro e territori: una priorità che richiede responsabilità condivise, dati solidi e scelte tempestive.

Se produrre olio non conviene più - Ultima modifica: 2026-10-29T14:44:26+01:00 da Barbara Gamberini

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