Xylella in Puglia: dalla catastrofe all’adattamento, una sfida ancora aperta

xyella puglia
Situazione epidemiologica di Xylella fastidiosa subsp. pauca in Puglia Legenda: 🔴 Zona infetta: Area in cui è accertata e stabilmente presente Xylella fastidiosa subsp. pauca. In queste zone si applicano misure di convivenza con il patogeno, gestione obbligatoria dei vettori e prescrizioni fitosanitarie permanenti. 🟡 Zona di contenimento: Fascia di territorio contigua alla zona infetta, istituita per limitare l’avanzata del batterio verso nord. Prevede monitoraggi intensivi, interventi obbligatori di controllo dei vettori ed eradicazione immediata delle piante positive. 🔵 Zona cuscinetto: Area esterna alla zona di contenimento, sottoposta a sorveglianza rafforzata. Obiettivo: individuazione precoce di nuovi focolai e prevenzione dell’insediamento stabile del patogeno. Fonte: Sistema Informativo Territoriale – Regione Puglia, Osservatorio Fitosanitario Regionale (Xylella fastidiosa – Aree delimitate)
A dodici anni dal primo focolaio, tra nuovi ritrovamenti, gestione differenziata del rischio e innovazioni scientifiche, l’olivicoltura pugliese cerca un equilibrio possibile oltre l’emergenza

La temuta infezione del batterio Xylella fastidiosa subsp. pauca - agente del “Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo” (CoDiRO) - sembra proseguire lentamente ma inesorabilmente dal sud verso il nord della Puglia. A dodici anni dal primo rilevamento ufficiale, nel 2013 presso Gallipoli (LE), l’epidemia di X. fastidiosa continua a rappresentare una sfida di gestione territoriale rilevante a cui guardano con attenzione le autorità fitosanitarie europee, sebbene per ora sia interessato solo il territorio pugliese. L’impatto sul Salento (l’area sud della Puglia) è stato catastrofico ed ha stravolto il tipico paesaggio agrario: i dati ufficiali riportano oltre 2,6 milioni di alberi di olivo estirpati per contrastare la diffusione della malattia. Uno studio dell’Università di Bari quantifica il danno economico in 132 milioni di euro l’anno di perdita di redditività, a cui si aggiunge la scomparsa di oltre un milione di ore di lavoro annue. Per contrastare la diffusione epidemica della malattia, la Regione Puglia ha messo in campo un sistema di sorveglianza fitosanitaria imponente (e costoso), con oltre 1,4 milioni di campionamenti effettuati per mappare la diffusione del batterio; probabilmente un unicum a livello europeo. Tuttavia, il recente rinvenimento di un focolaio nel territorio di Bitonto, cuore dell’olivicoltura barese, e quello dello scorso anno in provincia di Foggia, al confine con il Molise, confermano come il rischio fitosanitario resti elevato e quanto siano importanti la corretta informazione e la sensibilizzazione della popolazione, prima sentinella del proprio territorio.

Con questi presupposti, nell’ambito di un bando del Joint Research Centre (JRC), è stato organizzato nel mese scorso un ciclo di seminari informativi tecnico-pratici nelle aree salentine più colpite dalla Xylella. L’iniziativa è nata dalla necessità di trasferire al mondo agricolo e tecnico le conoscenze più aggiornate sulla biologia del patogeno, sulla dinamica dei vettori e sulle strategie di gestione oggi disponibili, sgombrando il campo da una serie di notizie e informazioni pseudoscientifiche che, oltre a creare confusione, rischiano di innescare danni mentre serve un confronto diretto e qualificato tra ricerca, tecnica, olivicoltori e territorio.

Strategie diversificate

Le strategie di controllo – è stato detto da ricercatori e tecnici - non possono essere uniformi ma devono adattarsi allo stadio di diffusione della Xylella ed alle caratteristiche dell’olivicoltura nei diversi contesti territoriali. Nelle aree indenni e cuscinetto, l’attenzione deve essere rivolta alle misure di prevenzione e contenimento mentre nelle zone endemiche, dove l’eradicazione non è più realisticamente perseguibile, vanno applicate strategie di convivenza come l’introduzione di varietà resistenti o tolleranti al batterio, sia nei nuovi impianti sia negli innesti realizzati per tutelare il patrimonio degli olivi monumentali. Ma anche le pratiche agronomiche e di controllo del vettore sono indispensabili per ridurre la pressione dell’inoculo e mantenere nel tempo la sostenibilità degli impianti.

A sinistra, oliveto distrutto dalla Xylella, a destra nuovo impianto con cultivar resistente (ph Contesini).

Epidemiologia e varianti, la distinzione tra sottospecie

Uno dei punti fermi emersi dai recenti lavori internazionali è la necessità di non trattare la Xylella come un’unica entità tassonomica poiché all’interno della stessa specie (X. fastidiosa) sono raggruppate diverse subspecie con ospiti e caratteristiche patogeniche molto diverse. Di questo le norme di quarantena e di lotta obbligatoria non possono non tener conto. Il ceppo di X. fastidosa presente in Salento è la sottospecie pauca, estremamente virulenta per l’olivo. Nel barese, invece, è stata isolata la sottospecie multiplex la quale ha una blanda patogenicità su specie come il mandorlo, che infetta senza causare gravi danni, permettendo una convivenza produttiva simile a quella californiana. Questa distinzione è cruciale: entro giugno 2026, l’EFSA dovrebbe pubblicare un dossier aggiornato sulla valutazione del rischio per sottospecie, che potrebbe portare a un allentamento delle misure di contenimento (estirpazione di tutte le piante ospiti nel raggio di 50 metri dalla pianta infetta) per la variante multiplex che oggi, sulla base delle evidenze scientifiche, appaiono inutili e costose.

I dati regionali raccolti negli ultimi anni smentiscono inoltre categoricamente le teorie negazioniste secondo cui sarebbe in atto un “risanamento spontaneo” di olivi infetti e che il batterio sarebbe responsabile solo del 3% dei disseccamenti. Una rigorosa verifica dei dati (fact-checking) condotta sui monitoraggi 2021-2022 dimostra che nelle zone sul fronte di avanzamento dell’infezione, il 48,5% delle piante sintomatiche è positivo a Xylella, con picchi del 70% nei focolai attivi.

Biologia del vettore, nuovi approcci di controllo

Neanide di Philaenus spumarius (sputacchina media) in ambiente naturale.

Il contenimento del batterio passa obbligatoriamente dal controllo del suo principale vettore, l’insetto aphrophoride Philaenus spumarius (sputacchina media). È noto che gli stadi giovanili (ninfe) dell’insetto vivono protetti da una massa schiumosa che loro stessi producono e che costituisce un vero e proprio “habitat acquatico”. Le ninfe respirano l’ossigeno disciolto in questo fluido; tale caratteristica biologica permette l’uso di tensioattivi e saponi biodegradabili che, facendo “scoppiare” le bolle di schiuma, causano la morte delle ninfe per asfissia, offrendo una valida alternativa agli insetticidi chimici.

Le strategie agronomiche per distruggere il cotico erboso su cui si sviluppano le neanidi della sputacchina, comunque, restano pratiche essenziali. Le arature meccaniche sono molto efficaci per distruggere le ninfe, mentre la trinciatura risulta spesso meno risolutiva. È fondamentale, in ogni caso, intervenire al terzo o quarto stadio giovanile per evitare che gli individui diventino adulti mobili e infettivi.

Nelle condizioni climatiche della Puglia, in genere nelle aree costiere gli adulti compaiono nella prima metà di aprile mentre nelle aree interne ed a quote altimetriche maggiori la comparsa slitta a maggio. È attivo, comunque, una rete di monitoraggio regionale che osserva nelle diverse aree lo stadio dell’insetto ed avverte quando è tempo di eseguire gli interventi di contenimento della sputacchina, siano essi agronomici o chimici.

Il sovrainnesto, una operazione per salvare i patriarchi

Il sovrainnesto (o reinnesto) si conferma la tecnica principale per preservare il valore monumentale e paesaggistico delle varietà sensibili come l’Ogliarola e la Cellina di Nardò di cui esistono migliaia di alberi secolari in molte aree salentine non ancora eccessivamente compromesse dall’infezione. L’obiettivo è sostituire la chioma infettabile con cultivar resistenti/tolleranti che la ricerca e la sperimentazione hanno reso disponibile: Leccino, FS-17 (Favolosa), Lecciana e Leccio del Corno. Numerose osservazioni pluriennali confermano la superiorità dell’innesto a triangolo (o a tassello) rispetto a quello a corona, poiché garantisce una stabilità superiore, fondamentale per ridurre i rischi di sbrancamento a causa di forti venti. L’esperienza di questi anni, inoltre, ha evidenziato che l’innesto su piante già infette, pur attecchendo, subisce un rapido collasso della struttura vascolare e un rallentamento della crescita dei nuovi germogli; è pertanto sconsigliabile.

Innovazioni dalla ricerca scientifica

Sono diversi gli enti impegnati in programmi di ricerca per combattere la Xylella fastidiosa e la malattia che causa sull’olivo (CoDiRO). Il progetto Novixen mira a selezionare nuovi genotipi attraverso l’analisi del genoma (completamente sequenziato per il Leccino) e la creazione di un “Atlante della biodiversità” dell’olivo in Italia, ricercando nuove accessioni e caratterizzandole geneticamente per programmi di miglioramento della resistenza/tolleranza alla malattia.

Gli studi sul microbioma interno (endofiti) mostrano che varietà come il Leccino mantengono un equilibrio batterico stabile che funge da “tampone” contro la Xylella, a differenza della Cellina dove l’infezione causa un crollo della biodiversità microbica interna a vantaggio del batterio patogeno.

Nei seminari sono anche stati esaminati e discussi alcuni metodi di lotta che spesso sono stati presentati come “risolutivi” ma che mancano di una adeguata e documentata sperimentazione o che non hanno alcun fondamento tecnico. L’uso delle nanotecnologie è stato proposto da più autori per il contrasto alla Xylella fastidiosa. Poiché il batterio vive all’interno dello xilema della pianta, i trattamenti tradizionali faticano a raggiungerlo; le nanoparticelle, grazie alle loro dimensioni microscopiche, potrebbero penetrare e agire più efficacemente di prodotti batterici tradizionali. I “nanomateriali” sperimentati sono vari (Carbonato di calcio, argento, chitosano, ossido di zinco, ecc.) con buoni o ottimi risultati in vitro ma nessuno sembra aver prodotto risultati concreti dopo due anni di test in campo su vasta scala. Interessante è anche l’uso di estratti naturali di mirto e carrubo, ma lo scale-up industriale e l’efficacia endoterapica sono ancora distanti.

Gestione agronomica e sostegno economico

Per la nuova olivicoltura post-Xylella, si sta valutando il passaggio a forme di allevamento più moderne come il monocono. Questo sistema, con distanze di 6 metri tra le corsie e 3-4 metri sulla fila, permette una meccanizzazione integrale della raccolta e della potatura, riducendo drasticamente i costi di gestione. Parallelamente, l’introduzione di cover crops (come la Vicia) aiuta a mantenere la sostanza organica nel suolo e a controllare indirettamente le infestanti che ospitano i vettori.

Nonostante lo stanziamento di 300 milioni di euro (Decreto Centinaio), l’attuazione finanziaria è rallentata da cause tecniche e da colli di bottiglia burocratici. Delle 9.000 domande di reimpianto presentate, solo 440 sono state evase completamente. Per i sovrainnesti, sono stati impegnati solo 5 milioni su 30 disponibili, principalmente per la scarsa disponibilità di materiale di propagazione certificato, per cui l’Ufficio fitosanitario regionale ha iniziato ad autorizzare gli agricoltori a prelevare le marze da proprie piante, purché testate e risultate negative all’infezione. Un’altra possibile causa della scarsa utilizzazione dei fondi per i reimpianti è il prezziario regionale che sottostima alcune voci importanti di costi, come quello per l’acquisto delle piantine certificate (1,60 euro).

“La nostalgia non è una strategia”

Il ritorno al passato non è sempre possibile, e il paesaggio agrario si evolve, più o meno rapidamente. Non fa eccezione la distesa di olivi che ha caratterizzato il Salento fino all’arrivo della Xylella ma che aveva sostituito estese aree di bosco mediterraneo tra il Settecento e l’Ottocento per soddisfare la richiesta di olio “lampante”. Infatti, dal territorio emergono istanze anche per altre alternative al “ripopolamento” degli olivi, proponendo la riconversione degli oliveti in altre colture non proprio tradizionali per la regione, come mango e avocado, dove le condizioni pedoclimatiche lo consentano.

A distanza di 12 anni dall’accertamento del primo, esteso, focolaio di Xylella a Gallipoli, è evidente che la lotta al batterio in Puglia è passata da una fase di emergenza a una di gestione “integrata” e diversificata tra le aree endemiche, quelle sul fronte di avanzamento e quelle indenni. Sebbene oggi non esista una cura che risani le piante infette, la combinazione di monitoraggio rigoroso, controllo meccanico dei vettori, rigenerazione tramite varietà resistenti e interventi di eradicazione mirati rappresenta l’unica via percorribile.


Varietà autorizzate per reimpianto e innesto

In base al Reg. UE 2020/1201, solo le varietà con comprovata resistenza possono essere piantate in zona infetta. Ad oggi sono state “licenziate” come resistenti/tolleranti le seguenti:

  1. Leccino: La prima cultivar identificata per la sua capacità di contenere la carica batterica nei vasi.
  2. FS-17 (Favolosa): Varietà brevettata dal CNR, adatta ad alta densità e molto produttiva.
  3. Lecciana: Incrocio idoneo per sistemi super-intensivi, autorizzato recentemente.
  4. Leccio del Corno: Ultima varietà inserita nella lista regionale per la sua buona tolleranza in campo.
Xylella in Puglia: dalla catastrofe all’adattamento, una sfida ancora aperta - Ultima modifica: 2026-02-18T17:26:10+01:00 da Barbara Gamberini

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