C’è una linea sottile che separa la cooperazione commerciale dalla distorsione del mercato. È su quella linea che si muove la richiesta della Tunisia all’Unione Europea di raddoppiare il contingente di esportazione di olio d’oliva a dazio zero, portandolo dalle attuali 56.700 a 100.000 tonnellate annue. Una richiesta formalizzata nel quadro del rinnovo degli accordi bilaterali, che riapre un dossier mai davvero chiuso: chi paga il prezzo delle liberalizzazioni quando il mercato è già fragile?
Produzioni di qualità sotto pressione
L’annuncio di Tunisi arriva in un momento particolarmente delicato per l’olivicoltura europea e, soprattutto, italiana. Raddoppiare le importazioni agevolate non favorisce le produzioni distintive e di qualità – quelle che l’Europa dice di voler tutelare con strategie, regolamenti e narrazioni identitarie – ma rischia di consolidare un modello di approvvigionamento basato sul basso costo, funzionale all’industria e penalizzante per la produzione agricola.
Il paradosso strutturale del mercato italiano
I numeri del mercato italiano raccontano una contraddizione strutturale.
L’Italia
- produce mediamente circa 300 mila tonnellate di olio d’oliva,
- ne consuma 400 mila
- e ne esporta altre 300 mila.
Un paradosso solo apparente, che si regge su un intenso flusso di importazioni, lavorazioni e riesportazioni. A questo schema si aggiunge il cosiddetto traffico di perfezionamento attivo: un meccanismo che consente di importare olio anche oltre i contingenti, a patto di riesportarlo dopo la trasformazione. Uno strumento legittimo, ma che negli anni ha spesso alimentato pratiche opache di “nazionalizzazione” dell’olio estero, con grave danno per il vero made in Italy. Una distorsione denunciata in passato anche dalla stampa economica internazionale.
Prezzi in caduta e tensioni
Il 2025 sta accentuando queste tensioni. Nei primi nove mesi dell’anno, secondo un’analisi Coldiretti su dati Ismea, gli arrivi di olio tunisino in Italia sono aumentati del 38%. Un incremento che ha avuto un effetto immediato sulle quotazioni: il prezzo dell’extravergine italiano è crollato di oltre il 20%. Un dato che non può essere liquidato come una normale oscillazione di mercato.
Vendere sotto costo, il rischio per gli olivicoltori
Oggi l’olio tunisino viene venduto sotto i 4 euro al litro. Prezzi che esercitano una pressione al ribasso su tutto il mercato e che rischiano di costringere molti olivicoltori italiani a vendere al di sotto dei costi di produzione. In altre parole, a lavorare in perdita. È una dinamica che comprime i margini agricoli e amplia quelli industriali, spostando valore lungo la filiera e mettendo in discussione la sostenibilità economica della produzione primaria.
Il nodo politico del modello europeo
Il tema non è – o non dovrebbe essere – la Tunisia. Paese partner, strategico nel Mediterraneo, con cui l’Europa ha tutto l’interesse a mantenere relazioni stabili. Il punto è il modello. Se l’Unione europea continua a privilegiare la quantità a scapito della qualità, se apre contingenti senza una valutazione d’impatto sulle filiere più esposte, il rischio è quello di svuotare di senso le politiche agricole che a parole difendono reddito, territorio e biodiversità.
Olio d’oliva, non una semplice commodity
L’olio d’oliva non è una commodity qualsiasi. È paesaggio, cultura, presidio ambientale. Trattarlo come una semplice variabile di scambio commerciale significa accettare che il prezzo diventi l’unico criterio di competizione. E su quel terreno, l’olivicoltura europea – frammentata, costosa, identitaria – è destinata a perdere.
Una scelta che ha già una risposta
La vera domanda, allora, è politica: l’Europa vuole un mercato dell’olio fondato sul valore o sul volume? Perché raddoppiare i contingenti a dazio zero, senza correttivi e senza tutele, equivale già a una risposta. E non è quella che gli olivicoltori si possono permettere di pagare ancora.










