C’è un paradosso che attraversa l’olivicoltura mediterranea come una corrente sotterranea: si esporta di più, ma si guadagna di meno. È la fotografia più nitida del 2025 per l’olio d’oliva europeo, una filiera simbolo che oggi si ritrova al centro di una nuova stagione di volatilità.
L’olio extravergine non è soltanto un prodotto agricolo. È un presidio territoriale, un patrimonio culturale, un asset economico che tiene insieme frantoi, comunità rurali e mercati globali. E proprio per questo, quando il prezzo oscilla, non si muove solo una quotazione: si muove un intero equilibrio mediterraneo.
Più export, meno valore: il segnale del 2025
Secondo gli ultimi dati sul commercio agroalimentare dell’Unione europea, le esportazioni di olive e olio d’oliva sono aumentate del 17% in volume nel 2025. Ma nello stesso tempo, il prezzo medio è sceso del 29% rispetto al picco del 2024, con una perdita complessiva di valore pari a -1,1 miliardi di euro (-16%).
Un dato che nel linguaggio della filiera significa una cosa semplice: la quantità non basta più. E il mercato, sempre più globale, non premia automaticamente chi produce.
L’extravergine entra nell’era della volatilità strutturale
Nei frantoi e tra gli operatori commerciali, il 2025 viene letto come un anno spartiacque. Dopo l’impennata dei prezzi del 2024, legata a scarsità produttiva e tensioni sull’offerta, il rientro delle quotazioni è stato rapido.
Il rischio oggi è che l’olio extravergine venga trascinato sempre più in una dinamica da commodity: un prodotto scambiato in base ai volumi e alle oscillazioni internazionali, più che al valore agricolo e culturale che porta con sé.
Per chi lavora nella filiera, questo si traduce in una pressione doppia:
- costi che restano elevati,
- prezzi che non garantiscono stabilità.
E quando il prezzo scende, la sostenibilità economica delle aziende mediterranee diventa la prima variabile critica.
Italia: qualità riconosciuta, ma margini da difendere
In Italia l’extravergine è un simbolo nazionale, ma anche una filiera frammentata, dove la qualità spesso convive con strutture produttive piccole e costi elevati.
Dal mondo produttivo emerge con forza una consapevolezza: non basta essere eccellenza, bisogna essere anche organizzati.
In un mercato che oscilla, la difesa del valore passa da:
- filiere più integrate,
- contratti più stabili,
- investimenti nei frantoi,
- innovazione agronomica e gestionale.
Perché la qualità, da sola, non è più uno scudo sufficiente contro la volatilità.
Leggi anche: Volatilità dei prezzi, la nuova normalità dell’olio
Spagna, la potenza che detta il ritmo del Mediterraneo
La Spagna resta il grande baricentro produttivo mondiale. Ogni variazione del raccolto iberico si riflette immediatamente sui mercati e sulle quotazioni.
È qui che il Mediterraneo mostra la sua interdipendenza: quando la Spagna produce molto, i prezzi globali si riequilibrano verso il basso. Quando produce meno, l’intero comparto entra in tensione.
Ma anche il modello spagnolo oggi deve fare i conti con una variabile crescente: il clima, e in particolare la disponibilità idrica.
Grecia, l’olio come identità rurale
La Grecia rappresenta un pilastro storico dell’extravergine mediterraneo. Qui l’olio è più di un prodotto: è cultura agricola quotidiana, economia locale, presidio territoriale.
La sfida greca, come per molte aree interne del Mediterraneo, è trasformare questa identità in competitività moderna, senza perdere il legame con il territorio.
Tunisia, partner strategico e competitor emergente
Nel nuovo Mediterraneo dell’olio, la Tunisia è un attore sempre più centrale.
Non solo come fornitore nei momenti di carenza europea, ma come paese che sta crescendo in:
- capacità produttiva,
- imbottigliamento,
- posizionamento internazionale.
Per l’UE, la Tunisia è insieme partner e competitor. Una presenza che conferma come il mercato dell’olio sia ormai euro-mediterraneo, non più solo europeo.
Cosa chiedono oggi frantoi e produttori
Nel settore, la domanda è sempre più esplicita: serve stabilità.
Il calo dei prezzi del 2025 mostra che l’olivicoltura non può essere lasciata sola dentro la volatilità globale. Tra i temi che tornano centrali per il 2026:
- strumenti di gestione del rischio,
- politiche UE più attente alle filiere mediterranee,
- investimenti in resilienza climatica,
- rafforzamento del valore europeo attraverso tracciabilità e qualità.
Perché l’olio non è un prodotto qualsiasi: è una filiera identitaria che tiene insieme paesaggio, economia e futuro rurale.
Il Mediterraneo dell’olio come frontiera europea
La vera domanda oggi non è se continueremo a produrre olio d’oliva nel Mediterraneo. La domanda è con quale modello.
Se l’extravergine resterà un patrimonio agricolo ad alto valore aggiunto, legato a qualità e territorio, oppure se verrà progressivamente trascinato in una competizione di prezzo dove sopravvive solo chi produce di più e a costi più bassi.
Il 2025 ci consegna un segnale netto: più volumi non significano automaticamente più valore. E nel Mediterraneo dell’olio, la sfida decisiva sarà proprio questa: proteggere il valore prima che il mercato lo consumi.
I numeri chiave dell’olio nel trade UE (2025)
- Export olive e olio: +17% in volume
- Prezzi medi: -29% rispetto al picco 2024
- Valore export: -1,1 miliardi € (-16%)
Sfide 2026 per il settore olivicolo europeo
- volatilità dei prezzi sempre più strutturale
- clima e siccità come variabile produttiva decisiva
- competizione mediterranea allargata (Nord Africa incluso)
- mercati strategici in rallentamento (USA, Cina)
- necessità di difendere il posizionamento premium europeo
- politiche UE chiamate a proteggere una filiera identitaria
Tutti i dati numerici derivano esclusivamente da:
- Agra Facts n.11-26 (01/02/2026)
- Sintesi del report Commissione europea
- “Monitoring EU agri-food trade” (DG AGRI)










