Dalle scelte varietali all’impianto dell’oliveto

impiantare nuovi oliveti
Olivi appena trapiantati in impianto ad altissima densità.
Alcuni criteri utili agli olivicoltori che si accingono a impiantare nuovi oliveti. Dalla selezione del modello olivicolo e delle varietà, alla tipologia del materiale di propagazione e alle prime cure colturali in campo

Impiantare nuovi oliveti: una necessità su cui tutti gli attori della filiera olivicolo-olearia concordano, di fronte al calo produttivo che interessa il nostro Paese da circa trent’anni, in contrasto con l’aumento della richiesta di olio di oliva a livello mondiale e alla crescita di altri paesi produttori.

Nella realizzazione di nuovi impianti l’olivicoltore si trova ad affrontare scelte cruciali che hanno conseguenze economiche e di gestione, le quali necessariamente si ripercuotono sull’azienda per tutto il ciclo produttivo. Tali scelte riguardano

  • la tipologia di impianto (sesto di impianto e forma di allevamento),
  • la varietà,
  • il tipo e livello di meccanizzazione che si vuole introdurre,
  • la presenza o meno di un impianto di irrigazione.

Si tratta in realtà di scelte tra loro interconnesse, afferma Riccardo Gucci, docente di Coltivazioni Arboree dell’Università di Pisa: ad esempio la scelta di un sesto di impianto può ridurre il ventaglio di forme di allevamento e di varietà che si possono utilizzare. Uno degli aspetti che può, superficialmente, apparire paradossale, è che già prima che l’oliveto entri in produzione, anzi già prima di impiantarlo, dobbiamo aver deciso come verrà raccolto. Infatti, stabilire il grado di meccanizzazione della raccolta è fondamentale, perché da quello dipende anche la redditività dell’investimento, visto che i costi di raccolta incidono moltissimo (fino al 70% del costo di produzione) sul bilancio economico della coltura.

Selezione delle varietà di olivo

La composizione varietale del nuovo im­pianto è altrettanto importante: sulla qualità del prodotto finale la varietà dà un’impronta molto netta, concetto che vale per l’olio di oliva ma anche per la produzione di olive da tavola.

In ambito olivicolo, un buon suggerimento è quello di partire dalle varietà locali: nella grandissima maggioranza dei casi significa che sono adattate all’ambiente e al suolo, anche se il clima non è più un fattore così stabile come si considerava in passato.

C’è poi anche l’aspetto delle certificazioni di origine, che secondo gli obiettivi produttivi determina in partenza una composizione varietale coerente con il disciplinare di riferimento.

Ma, secondo Gucci, ci possono essere nuove vie da esplorare: introdurre delle varietà diverse, che possono anche, nel lungo termine dare un margine competitivo. C’è, inoltre, da definire con chiarezza l’obiettivo di mercato che l’olivicoltore vuole perseguire. Se vuole offrire oli molto caratterizzati, con forte amaro piccante e fruttato, per forza dovrà scegliere varietà che esprimono questi caratteri, mentre avrà altre possibilità se punta su quantità, contenimento dei costi e desidera un olio con poche connotazioni sensoriali per soddisfare il consumatore medio, soprattutto estero.

Modelli di impianto

Molte delle scelte, anche quella varietale, sono ristrette o determinate dalla distanza d’impianto che ci si accinge a realizzare. Se l’obiettivo generale dei nuovi impianti è di conseguire una elevata produttività, la densità di impianto è il fattore determinante.

Per avere elevate produzioni bisogna con­siderare modelli di impianto intensivi, con densità comprese fra 280 e 600 alberi per ettaro, conseguibili con sesti che vanno da 7 x 5 a 6 x 3 metri, con tutte le variazioni intermedie.

In alternativa si possono considerare impianti ad alta densità (fino a 1000 piante/ha), ma le informazioni al riguardo sono ancora limitate per quanto riguarda la durata e l’adattabilità di molte cultivar.

In generale, la disposizione dovrà essere in filare, ma nel caso di oliveti collinari il sesto in quadrato (ad esempio 6 x 6 m) as­sicura una gestione più flessibile in termini di operazioni meccaniche. Si tratta di sesti in cui la raccolta può essere effettuata con scuotitori ad ombrello, per cui si può variare leggermente il sesto di impianto, con distanze sulla fila che non devono essere inferiori ai 4,5-5 metri, poiché renderebbero meno efficiente questo tipo di raccolta.

Vi è poi la possibilità dell’altissima densità. La densità di 1667 piante/ha, con sesto di 3 x 1,5 m è oggi quella più comunemente adottata nei superintensivi italiani; tuttavia, i sesti di impianto possono essere anche più ampi, come i 4 x 2 o 4 x 2,5 m. Scegliere l’altissima densità significa però predisporre l’oliveto per la raccolta in continuo con la macchina scavallatrice, aspetto che restringe molto la scelta varietale.

Le varietà ormai collaudate sono Arbequina e Arbosana di origine catalana, e in parte la greca Koroneiki. Ci sono anche alcune novità, come Sikitita e Oliana, entrambe brevettate in quanto frutto di miglioramento genetico per incrocio, agronomicamente interessanti ma che non potrebbero essere utilizzate nelle produzioni certificate di origine italiane. Qualcosa di nuovo, in questo senso, potrebbe provenire dal lavoro di miglioramento genetico, quello che ha portato ad esempio alla selezione della Lecciana (da incrocio di Leccino e Arbosana).

In termini di ricerca, a livello nazionale sono stati effettuati studi di adattabilità delle varietà italiane a sistemi di allevamento ad alta densità, che hanno consentito finora di identificare, almeno da un punto di vista preliminare, varietà che risultano, morfologicamente e per habitus produttivo, idonee a densità di impianto sostenute e ad essere raccolte con scavallatrice.

Impianto ad alta densità in Toscana.

I risultati del progetto MOLTI del Crea e di altre sperimentazioni hanno identificato

  • in Toscana la Leccio del Corno e la Maurino,
  • per l’Umbria, Piantone di Mogliano
  • e la Calatina in Sicilia.

Sono tutte varietà che riescono a dare buoni risultati produttivi con densità molto elevate, ma è bene precisare che i livelli produttivi non raggiungono i valori delle varietà spagnole più collaudate per il superintensivo. In compenso, gli oli si presentano più caratterizzati sensorialmente e la provenienza da varietà italiane autoctone permette di accedere al riconoscimento della certificazione di origine e quindi consentono una maggiore valorizzazione del prodotto.

Scelta delle piante

Una buona preparazione e concimazione di fondo del terreno può avere effetti positivi prolungati nel tempo sul nuovo oliveto. Gucci ha specificato che laddove i suoli non siano estremamente pesanti, allo scasso può sostituirsi una lavorazione con ripuntatore profonda, a cui va associata una concimazione di fondo, preferibilmente con sostanza organica come letame maturo.

Una lavorazione superficiale e delle erpicature (senza organi rotanti) assicurano il mantenimento di una buona struttura del terreno. Ancor prima delle lavorazioni, si dovrà valutare l’eventuale necessità di lavori di regimazione idrica (realizzazione di fosse o installazione di drenaggi), e nel caso degli oliveti collinari, eseguire opere di terrazzamento e sistemazioni in modo da ottenere lo sgrondo delle acque trasversale per ridurre i fenomeni di erosione: si tratta in entrambi i casi di costi aggiuntivi ingenti che devono essere considerati, ma utili ad evitare problemi di ristagno idrico e asfissia radicale soprattutto in suoli molto argillosi.

Fino a qualche anno fa, si utilizzavano esclusivamente piante di circa un metro di altezza, ben rivestite di rami anticipati, utili soprattutto per avviare le forme di allevamento in volume. Si tratta di piante che vengono commercializzate in vasi da 11 o 13 cm, piuttosto costose perché richiedono molto lavoro in vivaio.

Oggi cominciano a diffondersi, soprattutto per le richieste degli impianti ad altissima densità, piante da vivaio che hanno età e dimensione molto ridotta, dai 40 ai 60 cm di altezza, allevate in vasi poco più grandi di alveoli.

Scegliendo questa tipologia di piante, occorre essere consapevoli che le cure in campo devono essere più assidue e attente rispetto a piante bene sviluppate. Si risparmia all’inizio ma si spende nella cura iniziale: piante molto piccole hanno bisogno di una irrigazione assidua e localizzata ove si trova l’apparato radicale, ma anche di una attenta gestione delle infestanti sulla fila, che tendono facilmente a sovrastarle soprattutto nelle prime fasi di attecchimento.

Alla scelta tradizionale tra piante ottenuta da talea e da innesto, oggi si aggiunge l’opzione delle piante ottenute per micropropagazione. Esperienze ormai assodate confermano che quest’ultimo tipo di materiale si presta bene all’impianto, e sono stati del tutto superati i problemi di ritardo nell’entrata in produzione che apparivano limitanti per questa tecnica.

Nuovi impianti: accelerare la crescita

Franco Famiani, docente di Coltivazioni Arboree e Olivicoltura all’Università di Perugia, aggiunge alcune indicazioni importanti per la gestione dell’oliveto nella fase di allevamento, con l’obiettivo di velocizzare la crescita iniziale della pianta e anticiparne la sua entrata in produzione.

Infatti, per quanto riguarda l’olivicoltura intensiva, quella con densità di 300-400 piante ad ettaro, che ha il vantaggio principale di non porre alcun vincolo nella scelta della varietà, il limite è rappresentato dal fatto che raggiungono la piena produzione dopo circa 7-10 anni dall’impianto.

Dunque, diventa cruciale stimolare la crescita delle piante per raggiungere uno sviluppo tale da poter iniziare la raccolta meccanica il prima possibile. Per Famiani, negli impianti intensivi si devono utilizzare, all’impianto, piante già ben sviluppate: acquistare piante di due anni di età conviene perché la crescita che si ottiene in vivaio è molto superiore a quella che si ottiene in campo; nondimeno piante più grandi rispondono più velocemente a eventuali danni da margaronia che invece possono essere molto seri su piante di 1 anno o comunque di piccole dimensioni.

Inoltre, serve predisporre un impianto di irrigazione e fertirrigazione, perché l’apporto idrico e di elementi minerali è cruciale. In particolare, studi condotti dall’Università di Perugia hanno sottolineato che l’uso sinergico di irrigazione, fertilizzanti e biostimolanti produce una maggiore crescita della pianta rispetto alle singole applicazioni.

In particolare, sono stati testati diversi composti a base di alghe e proteine idrolizzate, che hanno mostrato effetti evidenti quando combinate con gli altri fattori. Vale lo stesso per l’uso di concimi organici, in particolare di quelli che hanno anche una buona quota di azoto in forma ammoniacale.

L’effetto dell’utilizzo di preparati a base di micorrize sulle giovani piante è ancora in fase di studio, ma i primi risultati sono promettenti ed indicano in particolare che la distribuzione al momento dell’impianto potrebbe avere un effetto positivo sulla crescita iniziale dell’albero.

Sull’irrigazione, Famiani ha sottolineato come l’impianto debba essere a distribuzione localizzata, anche per ragioni economiche: soprattutto se si lavora con la fertirrigazione, è necessario avere un impianto che somministri solo in corrispondenza della pianta, altrimenti si ha una distribuzione dispersiva ed inefficiente.

Giovane impianto con impianto di irrigazione localizzata.

Oltre alla potatura, una delle pratiche che sembrano essere particolarmente importanti per favorire la crescita e l’entrata in produzione è la rimozione dei frutti. Il carico di fiori/frutti della giovane pianta, seppure esiguo, rappresenta un dispendio energetico, che va a scapito della crescita vegetativa. Nella sperimentazione condotta da Famiani su impianti intensivi e ad alta densità di Moraiolo, l’applicazione – solo sperimentale – del diradante NAA, comunemente usato in frutticoltura ma non autorizzato per l’olivo – ha consentito di azzerare la produzione di frutti a fronte della quale è stato osservato un significativo aumento dimensione della pianta.

Famiani consiglia anche di utilizzare un sistema di sostegno adeguato alle piante in campo, con tutori in legno maturo di 6-8 cm di diametro, che devono durare 4-5- anni.

Materiale vivaistico e certificazioni

Oltre ai criteri morfologici (età, dimensione, tipo di propagazione) che possono guidare la scelta delle piante da acquistare in vivaio, vi sono gli aspetti legati alla qualità fitosanitaria e alla identificazione varietale.

Propagazione di piante di olivo per talea.

Ormai da diversi anni anche il settore del vivaismo olivicolo è interessato dal sistema di certificazione del materiale di propagazione, mirato soprattutto a certificare l’assenza di organismi nocivi.

Lo conferma Luigi Catalano, coordinatore del Centro interprofessionale per le attività vivaistiche (CIVI – Italia). Ci sono stati cambiamenti nel recente passato che hanno portato all’adozione di misure di controllo anche su questa specie. La spinta arrivò negli anni ’90, per via di un crescente interesse per l’olivicoltura a livello internazionale, e del potenziale commerciale per il vivaismo italiano a cui pervenirono richieste di materiale di propagazione olivicolo. In anni recenti un ulteriore stimolo è venuto dalla comparsa della Xylella in Salento.

La presenza della Xylella, organismo da quarantena, ha definitivamente esteso la normativa del passaporto delle piante, che già riguardava altri fruttiferi, all’olivo, normato oggi dalla legislazione europea obbligatoria, che riguarda il passaporto delle piante (Reg. Ue 2031/2016) e la certificazione di qualità CAC (Dir. Ue 177/2020).

L’olivo è poi sottoposto alle norme volontarie per la qualificazione del materiale di propagazione: un Certificato Ue (Dir. 177/2020) e una certificazione volontaria nazionale rimasta per la legislazione nazionale (D. Lgs 18/2021).

Le categorie CAC, Certificato Ue e Certificazione volontarie sono riconoscibili da cartellini di tipo diverso.

  • Il cartellino giallo è indicativo della certificazione di qualità obbligatoria CAC.
  • Il cartellino blu indica invece la certificazione volontaria Ue; per quella italiana viene aggiunto anche il marchio di “Qualità vivaistica Italia” e il logo della Repubblica.

Tutta la normativa attualmente in vigore è condensata nell’ultimo testo del Decreto legislativo 18 pubblicato a febbraio 2021.

Garanzie della certificazione

Il materiale di propagazione certificato deve rispondere al criterio di corrispondenza varietale, e poi l’aspetto della sanità. Per il primo, le varietà di olivo che vengono propagate devono essere varietà note e riconosciute, riportate nel registro nazionale delle varietà fruttifere.

Catalano precisa che ad oggi il registro ha 737 accessioni di olivo, per circa 600 varietà, di cui 161 sono riconosciute nel sistema di certificazione volontaria. Ci sono stati diversi programmi di ricerca per incrementare il numero delle accessioni che sono oggetto di certificazione; il programma OLVIVA permise la caratterizzazione di oltre 200 varietà e 70 fonti primarie registrate nel sistema di certificazione nazionale, ma è auspicabile che anche in futuro si ripetano esperienze di questo tipo, sia per caratterizzare ulteriori varietà sia per studiarne l’adattabilità ai diversi territori di produzione italiani e modelli di coltivazione.


Leggi anche: Collezioni di germoplasma olivicolo, innovazione e qualificazione varietale


Per quanto riguarda gli aspetti fitosanitari ed in particolare per gli organismi non da quarantena (v. tabella), la certificazione CAC prevede dei controlli essenzialmente visivi, con eventuali approfondimenti in laboratorio se necessario, e la responsabilità è a carico del vivaista.

Per il Certificato Ue (certificazione volontaria), gli organismi nocivi sono i medesimi, ma già il materiale di fonte deve essere saggiato periodicamente, con la corresponsabilità del servizio fitosanitario regionale, sul controllo delle piante base.

Per la certificazione QVI, ci sono ulteriori restrizioni che riguardano la riduzione degli intervalli tra i controlli fitosanitari, condotti secondo protocolli specifici. Oltre agli organismi riportati in tabella, la certificazione QVI include altri patogeni, tra cui virus e fitoplasmi, importanti non per il danno che possono procurare alle piante – sono spesso latenti – ma la loro diffusione può comportare per altre specie colturali.

Sulle problematiche fitosanitarie emergenti, che riguardano l’olivicoltura e quindi anche il vivaismo e le certificazioni, Catalano ha formulato una proiezione sui futuri organismi nocivi che verranno regolamentati. Potrebbe essere incluse le specie del genere Phytophtora spp., così come richiesto dalla Spagna: si tratta di agenti di marciumi radicali e diverse specie interessano l’olivo, i cui danni sono stati osservati soprattutto in impianti ad altissima densità. Vi è poi Arthrinium mari, un fungo tipico delle alghe brune, agente causale del deperimento dell’olivo. Il fungo è noto da tempo in ambiente agricolo, ma solo recentemente ha destato preoccupazione.

Organismi nocivi non da quarantena
Virus, viroidi, malattie
da agenti virus-simili e fitoplasmi 
Codice Eppo
Olive leaf yellowing-associated virus [OLYAV0]
Olive vein yellowing-associated virus [OVYAV0]
Olive yellow mottling and decline associated virus [OYMDAV]
Arabis mosaic virus [ARMV00]
Cherry leaf roll virus [CLRV00]
Strawberry latent ringspot virus [SLRSV0]
Funghi e oomiceti 
Verticillium dahliae  [VERTDA]
Batteri 
Pseudomonas savastanoi pv. savastanoi [PSDMSA]
Nematodi
Meloidogyne arenaria [MELGAR]
Meloidogyne incognita [MELGIN]
Meloidogyne javanica  [MELGJA]
Pratylenchus vulnus  [PRATVU]
Xiphinema diversicaudatum [XIPHDI]

Il vivaismo olivicolo

In Italia, nell’annata 2020/21 sono state prodotte circa 8.300.000 piante di olivo, di cui circa il 75% da talea e il resto innestate. La percentuale di pianti certificate resta però al momento molto bassa (poche centinaia di migliaia).

Per Catalano, duole constatare che solo poche aderiscono al sistema di certificazione volontario, soprattutto considerando il numero delle piante che si stanno mettendo a dimora, ad esempio con i reimpianti in Puglia.

Oggi il settore vivaistico olivicolo italiano vanta un’ampia quantità di materiale inziale (varietà e cloni), buone strutture a servizio della certificazione con piante conservate in condizioni di isolamento (centri di conservazione e di pre-moltiplicazione), una elevata professionalità degli operatori, e una domanda sostenuta del mercato. Il piano di ristrutturazione del comparto olivicolo tuttora in atto, è un ulteriore stimolo perché il vivaismo possa rilanciarsi e svolgere il proprio ruolo al servizio della qualità del processo produttivo.


L’articolo è pubblicato su Olivo e Olio n. 6 - novembre 2022

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Le informazioni sono state tratte dal webinar “Scelta varietale e del materiale vivaistico per una olivicoltura più competitiva”, organizzato da Italia Olivicola in collaborazione con l’Accademia Nazionale dell’Olivo e dell’Olio.

Dalle scelte varietali all’impianto dell’oliveto - Ultima modifica: 2022-10-25T16:55:22+02:00 da Barbara Gamberini

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