Ricerca, luci e ombre. E l’Italia resta al palo

www.olivoeolio.it/
ricerca
La selezione tradizionale non ha dato grandi risultati. È stato dimostrato che piante transgeniche sono resitenti al freddo, alla siccità estrema e alle malattie. Secondo i ricercatori la sperimentazione è bloccata, grazie a demagogia e informazioni scorrette

È ben risaputo che l’olivo in certi Paesi, in particolare in Italia, assolve a diverse funzioni per cui il rinnovamento integrale degli impianti anche se obsoleti e improduttivi è improponibile.Tuttavia in certe aree dove gli oliveti sono abbandonati o in fase di abbandono e non debbono assolvere ad altre funzioni al di là di quella di produrre olio, potrebbero essere sostituiti con varietà produttive di olio di buona qualità e facilmente meccanizzabili nella potatura e nella raccolta per assicurare un reddito all'impresa. È quindi indispensabile disporre di varietà adatte a questi moderni sistemi intensivi (250-400 piante/ha) o super intensivi (900-1.200 piante/ha) per la realizzazione dei quali oggi vengono impiegate, nelle diverse arre olivicole mondiali, vecchie cultivar straniere come Arbequina, Arbosana e Koroneiki e nuove selezioni come le varietà Sikitita, Oliana, FS17 (Favolosa), Don Carlo e pochissime altre. Tuttavia queste varietà non sono esenti da difetti, per cui non sempre sono in grado di garantire appieno l’adattamento ai vari ambienti, come la resistenza alle principali malattie o la qualità dell’olio che, almeno nella nostra concezione, dovrà essere di qualità “eccellente”. L’impiego di cultivar produttive, non alternanti, adatte alla meccanizzazione, ma con oli di minor pregio rispetto agli standard produttivi dalla nostra olivicoltura, potrebbe rappresentare solo una soluzione temporanea, fino a quando persisteranno i vecchi impianti che, seppur a scapito della redditività dell’impresa agricola, forniscono oli di alta qualità che potrebbero andare a costituire blend di oli di mediocre qualità, la cui commercializzazione è favorita dall’ingiusta classificazione degli oli basata soltanto sul grado di acidità e sul metodo di estrazione, ignorando gli aspetti qualitativi ed organolettici intrinseci degli oli extravergini. In un futuro, si auspica prossimo, l’Italia dovrà rinnovare in parte il panormana varietale con genotipi adatti ai vari ambienti pedoclimatici in grado di soddisfare le richieste di una moderna olivicoltura nonché quelle dei consumatori, tra i quali ci si augura aumenti il numero di quelli in grado di apprezzare l’effettiva qualità degli extravergini.

Varietà locali, la scelta migliore

È noto che non tutte le cultivar esprimono le loro potenzialità genetiche in qualsiasi ambiente; la stessa varietà coltivata in ambienti diversi può mostrare non solo una produttività o una suscettibilità a vari stress differente, ma anche una differente produzione di composti organici che contribuiscono alla qualità dell’olio, come l'acido oleico, i polifenoli, le vitamine, e gli aromi che caratterizzano l'olio e ne migliorano la qualità nel suo complesso inclusi gusto e proprietà salutistiche. Il trasferimento di una cultivar da un ambiente a un altro potrebbe riservare pertanto sorprese indesiderate. Il consiglio ricorrente che viene dato dagli esperti ad un agricoltore è quello di usare per i nuovi impianti varietà locali o varietà conosciute per la loro ampia adattabilità in differenti areali. La selezione di nuovi genotipi in ambienti simili o meglio nello stesso ambiente dove verranno coltivati è il saggio suggerimento che viene dato ai genetisti e agli enti finanziatori della ricerca.

Nuove varietà sono sempre più richieste a causa anche dei cambiamenti climatici in atto che hanno già hanno iniziato a far sentire la loro influenza, spesso negativa, su alcune cultivar tradizionali. Oggi ci troviamo a non poter ammodernare l’olivicoltura a causa della carenza di varietà adatte alle nuove esigenze imprenditoriali. Le cause che hanno portato a trascurare il miglioramento genetico dell'olivo sono da imputare prevalentemente alla estrema longevità della specie e al lungo periodo di giovanilità della progenie, nonché alla deferenza che l’uomo ha sempre avuto per questa pianta. Recentemente si è aggiunta anche la diffidenza del pubblico ad accettare nuove varietà prodotte con le tecnologie del Dna ricombinante, tecnologie alle quali la scienza ha tentato di ricorrere per accelerare i tempi di realizzazione di nuove varietà e per correggere i principali difetti delle migliori cultivar tradizionali, praticando una sorta di "terapia genica" con l’obiettivo di mantenere inalterati i loro pregi.

Portinnesti

In attesa che il miglioramento genetico fornisca nuove varietà si potrebbe ricorrere anche all’impiego di portinnesti nanizzanti capaci di ridurre la vigoria di cultivar di pregio che, nella maggior parte dei casi, sono troppo vigorose per i modelli olivicoli intensivi e superintensivi.

Tuttavia, la disponibilità di questi portinnesti è molto limitata e la loro efficacia è varietà- specifica; i pochi esistenti sono in corso di valutazione (FS17, LD, Urano, LM32n, LM34n, e pochi altri tra cui alcuni di origine spagnola). Sarebbe opportuno iniziare una sistematica indagine di selezione tra le cultivar, piuttosto che tra i semenzali perché quest’ultima richiederebbe tempi più lunghi dato che è buona norma aspettare la fine della lunga fase giovanile per la definitiva selezione.

In generale i portinnesti dovrebbero possedere una buona capacità di radicazione ed efficace influenza nei confronti di un numero cospicuo di cultivar, oltre ad avere requisiti specifici a seconda delle esigenze richieste in quel particolare momento storico. Oggi si richiede, oltre la riduzione della mole del nesto, una buona capacità di stimolare la produzione di numerosi germogli poco vigorosi e una discreta resistenza alle malattie dell’apparato radicale, oltre a specifiche esigenze per particolari ambienti pedoclimatici che non obbligatoriamente devono essere riuniti tutti nello stesso genotipo (resistenza a salinità e siccità, adattamento ai terreni pesanti).

Per la selezione delle varietà, in questo momento storico si dovrà tener conto in modo particolare del vigore, che dovrà essere molto contenuto, di una ridotta dominanza apicale, della precocità di entrata in fruttificazione, del portamento semi-eretto con elevata ramificazione laterale, della facilità di propagazione, dell’auto-fertilità e della costanza produttiva (non alternante), di una buona pezzatura dei frutti con elevata resa e qualità dell’olio, oltre alla resistenza agli stress abiotici e biotici.

L'olio dovrà avere una composizione equilibrata di acidi grassi, un alto contenuto di acido oleico e di polifenoli e di altri composti utili alla salute, tenendo presente che tutte queste molecole bio-attive risultano fortemente influenzate dalle caratteristiche genetiche, dall’ambiente e dalla tecnica colturale praticata, per cui possono presentare forti oscillazioni: per l'acido oleico tra il 47% e l’83% della composizione totale di acidi grassi, per i biofenoli da 40 a più di 1.500 mg/kg e per la α-tocoferolo tra 50 e 750 mg/kg.

I metodi

Il miglioramento genetico dell’olivo finora è stato realizzato attraverso vari metodi senza peralro giungere a risultati molto importanti: selezione clonale, mutagenesi, selezione massale e tecniche biotecnologiche. Di seguito vengono riportati alcuni dei risultati raggiunti.

1) Tra le vaste popolazioni clonali di cultivar tradizionali qualche accessione è stata individuata nelle popolazioni di Moraiolo, Canino, Leccino, Manzanillo, Chemlali, Picual, Souri, Minerva, Urano e poche altre, contrassegnate talvolta con lo stesso nome della cultivar tradizionale seguito da lettere e/o numeri e ritenute differenti dalla cultivar-popolazione di appartenenza per una migliore fertilità, una maggiore tolleranza a parassiti e malattie, una maturazione precoce, frutti più grossi, habitus vegetativo più compatto. In ogni caso sono lievi caratteristiche migliorative, ma la selezione continua senza grandi aspettative di notevoli miglioramenti.

2) Anche le mutazioni indotte hanno fornito finora scarsi risultati. Se è facile infatti ottenere mutanti a ridotta vigoria, è molto difficile ottenerli stabili e senza turbe riproduttive. "Briscola", un mutante chimerico nano della cv Ascolana Tenera, può essere utilizzato solo per scopi ornamentali; LD (Leccino dwarf-mutante nano del Leccino-) è stabile ma presenta una fioritura molto tardiva per cui non si trovano impollinatori adatti. Attraverso l’impiego delle colture in vitro (frammentazione di apici gemmari) di piante mixoploidi, cioè con cellule con diverso numero di cromosomi ottenute con raggi gamma, è stato possibile isolare mutanti tetraploidi (4n) stabili, non esistenti in natura per la specie Olea europea L., sia dalla cv Leccino che dalla cv Frantoio. In particolare sono in corso test agronomici per un mutante diploide stabile, LM3(2n), caratterizzato da una straordinaria capacità e costanza produttiva con caratteristiche dell’olio tipiche del Leccino che, se impiegato come portainnesto, ha la stessa capacità del mutante tetraploide LM3(4n) di ridurre la mole della cv Canino. Queste nuove accessioni sono in sperimentazione presso l’azienda agraria della Università della Tuscia. Dallo stesso esperimento sono stati isolati mutanti diploidi compatibili tra loro e con la pianta madre Leccino. Altri studi hanno dimostrato che anche i raggi X inducono mutazioni in germogli in vitro della cv Canino rilevabili con analisi genetiche dettagliate (contenuto di Dna nucleare e analisi con marcatori molecolari SSR e AFLP), aprendo una nuova via al miglioramento dell’olivo.

3) La selezione da incroci intervarietali finora svolta ha previsto, in carenza di informazioni sulle basi genetiche dei caratteri principali, incroci tra genitori scelti a caso tra varietà con caratteri particolari, nel tentativo di riunirli nei singoli discendenti. Sono stati solitamente preferiti genotipi autosterili (almeno quello ricevente il polline) per evitare di ricorrere all’eliminazione degli organi maschili, considerato l’enorme quantità di fiori da emasculare a causa della bassissima percentuale di allegagione (1-2%), sebbene oggi la selezione possa avvalersi di tecniche molecolari rapide per scartare successivamente a livello di plantula la progenie derivante da autofecondazione. Con questo metodo alcuni genotipi di interesse agronomico sono stati selezionati sia in Italia sia all’estero, ma poche informazioni sulla ereditabilità dei principali caratteri sono state annotate dai ricercatori, che più che approfondire le conoscenze sulla genetica dell’olivo, cercavano di ottenere rapidamente nuovi genotipi da impiegare in coltivazione. Tuttavia qualche informazione sulla ereditabilità di qualche carattere è stato riportato nella letteratura relativa alle dimensione dei frutti, alla percentuale di olio, all’influenza dei genitori sulla lunghezza del periodo di giovanilità, all’influenza del genitore maschile o femminile sull’architettura della chioma, forma del frutto, maturazione e accumulo di olio. Nella selezione viene sempre tenuto conto di resistenze all’occhio di pavone e al verticillium. Sono stati selezionati alcuni genotipi tolleranti a malattie fungine o con frutto grosso e con alto contenuto in olio o piante di ridotta mole in Israele (es: Barnea, Askal, Masepo, Tamir), ricorrendo in alcuni casi anche ad autofecondazione; altri varietà sono state selezionate in Italia dal Cnr di Perugia (es: FS17, Don Carlo, Giulia), in Spagna e ancora in Italia da costitutori rispettivamente pubblici (Sikitita) e privati (Tosca07). Alcune di queste varietà presentano frutto medio-grande e vigoria medio-bassa. Infine sono stati ottenuti alcuni genotipi autofertili da incroci tra la cv Leccino e la cv Bianca di Tirana (ritenuta tollerante alla mosca olearia), di cui uno in particolare sembra avere un certo interesse per la crescita ridotta, la costanza produttiva e la tolleranza all’occhio di pavone e alla mosca olearia, ancora in osservazione presso l’Università della Tuscia.

Recentemente abbiamo proposto la selezione da ibridazione programmata (metodo del Gene Pool). Questo metodo, già adottato da tempo per le specie erbacee, utilizza le informazioni relative alla filogenesi, all'addomesticamento, alla affinità di ibridazione tra ecotipi coltivati, selvatici e altre specie del genere Olea, preferibilmente lontani geograficamente tra loro. L’isolamento geografico delle specie ha infatti favorito la diversificazione di distinti gruppi sia negli olivi selvatici sia in quelli coltivati, per cui si sono formate popolazioni diverse da un’area geografica ad un’altra, per condizioni pedoclimatiche ed antropiche differenti. Pertanto incroci tra genitori provenienti da aree diverse generano maggiore variabilità rispetto ad incroci tra genitori appartenenti alla medesima area. Anche gli olivi monumentali, essendo sopravvissuti per secoli agli stress di natura biotica e abiotica, rappresentano una buona fonte per la scelta dei genitori. Le tecniche in vitro permettono di superare le tipiche barriere riproduttive tra specie appartenenti allo stesso genere. Gli incroci inter-specifici con Olea cuspidata, effettuati con l’intento di trasferire negli ibridi dell’olivo coltivato alcuni caratteri di quello selvatico, tra cui la resistenza alle malattie, l’allegagione di frutti in cluster, il diversificato portamento dei rami, da osservazioni preliminari sembrano aver prodotto progenie interessanti. La compatibilità delle specie di Olea con l’olivo coltivato è stata verificata oltre che per l’Oleaster e Olea cuspidata, anche per l’Olea leperrinei e Olea cerasiformis; con le altre specie di Olea sussiste invece sia una incompatibilità pre-zigotica (es. Olea ferruginea) che post-zigotica (es. Olea capensis); tuttavia oggi questo genere di incompatibilità potrebbe essere superata con le moderne tecniche biotecnologiche, rispettivamente con l’impollinazione in vitro e il salvataggio degli embrioni in vitro.

La raccolta del germoplasma e una collaborazione internazionale per lo scambio del materiale vegetale, nonchè la caratterizzazione con marcatori molecolari (AFLP, DArTs, SSR, SNPs) e la valutazione agronomica, sono fondamentali prima di iniziare un programma di incrocio. Pertanto associando tecniche tradizionali e molecolari (miglioramento genetico assistito) si accelerano i tempi di selezione, perché ciò permette di conoscere meglio i genitori individuando i tratti genetici a priori e successivamente di scartare a livello di plantule i genotipi indesiderati, inclusi quelli che portano caratteri di marcata giovanilità, rilevabili questi in molti casi anche fenotipicamente.

4) Le colture in vitro dell’olivo, che hanno recentemente raggiunto un soddisfacente grado di perfezionamento attraverso la tecnica della rigenerazione da singole cellule, hanno permesso di impiegare con successo la tecnologia della trasformazione genetica già dall’inizio degli anni ottanta con la produzione di piante chimeriche con Agrobacterium rhizogenes, cioè con apparato radicale transgenico, vantando il primato della prima pianta arborea trasformata. A queste è seguita, intorno alla metà degli anni novanta, la costituzione di piante completamente transgeniche della cultivar Canino sovraesprimenti geni che modificavano l’architettura della pianta (geni rol) e geni che aumentano la tolleranza a malattie funginee, al freddo e soprattutto a siccità estrema (geni dell’osmotina). Non è stato possibile realizzare un completo esame delle performance di queste piante a causa dell’interruzione forzata della sperimentazione di campo da parte del ministero dell’Ambiente che alla scadenza del periodo autorizzato di 10 anni non ha voluto concedere una proroga a causa delle inadempienze da parte delle Regioni e del ministero delle Politiche agricole che hanno “rifiutato” di fatto l’applicazione delle direttive della Ue in materia di sperimentazione degli Ogm, penalizzando paradossalmente la ricera finanziata con fondi pubblici. Tuttavia, sebbene non esaustivi, i risultati ottenuti erano già chiari e sia test in vitro e biochimici sia test in vaso e campo hanno dimostrato, inequivocabilmente, che attraverso la costituzione di piante transgeniche è possibile apportare miglioramenti mirati in tempi relativamente brevi. Si è riusciti a dimostrare che la sovraespressione del gene osmotina (correlabile anche ad un maggior contenuto della proteina intercellulare nelle foglie) è in grado di conferire all’olivo tolleranza al freddo e all’occhio di pavone e soprattuto resistenza alla siccità. Si ritiene opportuno far notare, in questo momento di forte preoccupazione per la sorte degli olivi pugliesi attaccati da un temibile batterio, che l’osmotina è una proteina di difesa appartenente alla famiglia delle PR coinvolta nella difesa della pianta in vari tipi di stress. Alcune di queste proteine sono studiate per migliorare le difese nei confronti di batteri, incluso la Xilella fastidiosa (vedi Coqueiro, et al. 2011, 57° Congresso Brasileiro de Genetica).

Gli ostacoli

Contrariamente a quanto si vuol far credere, queste tecniche potrebbero permettere di continuare a coltivare e/o a salvare dall’estinzione molte delle vecchie cultivar che oggi contribuiscono alla tipicità del nostro olio, attraverso piccoli interventi di “terapia genica” volti a correggerne i difetti più gravi e consentendo di mantenere un’ampia biodiversità. Purtroppo l’informazione in materia ha contribuito fortemente ad ostacolare l’accettabilità di queste tecnologie, perchè è risultata carente e soprattutto non corretta, confusa, di parte e demagogica, causando l’arresto già da oltre un decennio della ricerca in questo settore, nonostante le indagini svolte da fonti autorevoli abbiano dimostrato che il 60% degli italiani sia favorevole alla ricerca scientifica sugli Ogm e il 62% affermi che gli scienziati italiani devono avere gli stessi diritti ed essere messi nelle stesse condizioni di fare ricerca al pari dei colleghi degli altri Paesi. Il disinteresse di fatto dimostrato dai politici italiani e da molti dirigenti ministeriali per la scienza e la cultura ha impedito ogni ulteriore progresso distruggendo le aspettative dei cittadini e soprattutto dei ricercatori che avevano investito conoscenze ed energie in questo settore, tanto da rappresentare, negli anni novanta, un’avanguardia in materia. Nonostante tutto la ricerca nel mondo progredisce rapidamente, tenendo in debita considerazione il desiderio di progresso e innovazione dell’uomo, sebbene in Europa, in particolare, una falsa propaganda di natura ideologica e commerciale tenda a generare paure che non possono non costituire un freno allo sviluppo. Tuttavia, sebbene a rilento, gli scienziati di altri Paesi stanno elaborando protocolli nuovi volti a sostituire quelli che finora sono stati oggetto di critiche e di preoccupazioni, anche se spesso prive di fondamento scientifico. In Italia si è anteposta la legge alla scienza, senza discuterne prima approfonditamente, ignorando che solo dal dialogo tra scienza e politica può produrre norme razionali e non condizionate da pregiudizi.

Lasciare tutto nelle mani delle multinazionali è un grave errore, come un errore sarebbe estrometterle, ma è necessario piuttosto trovare un giusto equilibrio non fosse altro per esercitare un reciproco controllo. Come è grave lasciare la ricerca in mano ai Paesi in via di sviluppo con un rischio non solo per la scienza ma anche per la democrazia.

È ormai fuori da ogni discussione che le biotecnologie in stretta unione al miglioramento genetico classico sono in grado di migliorare le varietà anche locali rendendole più adatte alle mutevoli condizioni ambientali e alle mutevoli richieste del mercato.

L'ingegneria genetica è ormai in mano a compagnie internazionali private produttrici anche di fitofarmaci e sta diventando una tecnica sempre più facile da applicare alle piante, ma solo a quelle annuali che si propagano per seme, e non certo a quelle arboree, i cui impianti perdurando decenni, non risulterebbero economicamente vantaggiosi; ben più vantaggioso per le multinazionali vendere i fitofarmaci piuttosto che licenziare piante resistenti a malattie. Pertanto per la produzione di nuovi genotipi con qualsivoglia metodologia c’è da fare maggiore affidamento sulle istituzioni scientifiche pubbliche piuttosto che su quelle private. Ma per la ricerca italiana, stante la presente situazione generale, poco c’è da sperare sia per gli scarsi finanziamenti disponibili, sia per la realizzazione di progetti a lungo termine, ai quali si aggiunge il sistema in vigore della valutazione della ricerca che non incoraggia affatto quelle ricerche a lungo termine che sono necessarie invece in questo ambito. L’olivicoltura italiana sta andando incontro allo stesso identico destino occorso alla frutticoltura, la quale sempre più sovente fa ricorso a varietà selezionate in Paesi stranieri, spesso in ambienti molto diversi da quelli dove le piante dovranno dimorare, con il rischio che queste non possano esprimere appieno le loro potenzialità.

La Spagna, tra gli altri, sta svolgendo programmi a lungo termine con finanziamenti pubblici sta valutando migliaia di piante di olivo derivate da numerosi incroci, alcune delle quali saranno le varietà del futuro, non solo per le aree olivicole spagnole ma quasi sicuramente anche per quelle di altri Paesi. In Italia non si è riusciti ancora a mettere in atto un progetto sul miglioramento genetico finanziabile per più di tre anni. Il progetto sulla genomica (Olea) sul quale tutti noi ricercatori nutrivamo tante speranze è stato finanziato per un solo anno.

Oggi ci preoccupiamo giustamente tanto degli sprechi alimentari ma troppo poco delle “perdite alimentari” dovute prevalentemente a varietà non adeguate e a tecniche di coltivazione irrazionali, per cui anche gli oli lampanti, dovrebbero essere considerati una perdita alimentare, in realtà non lo sono perché sotto altre “vesti” li ritroviamo sulle nostre tavole.

 

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome