Non è soltanto un nuovo marchio da apporre in etichetta. L’Igp Olio dei Colli di Bologna porta dentro la denominazione un territorio, un patrimonio varietale e una storia olivicola che affonda le radici nell’epoca romana e che, dopo secoli di ridimensionamento, ha ritrovato negli ultimi decenni una nuova capacità produttiva.
Con il riconoscimento ufficiale dell’Unione europea, l’Emilia-Romagna raggiunge quota 46 prodotti Dop e Igp, rafforzando il proprio patrimonio di indicazioni geografiche. Per l’olio extravergine regionale si tratta della terza denominazione, dopo le Dop Brisighella e Colline di Romagna.
Una denominazione costruita dalla filiera
L’iter è partito nel 2021 su iniziativa della Rete Olio extravergine di oliva Colli di Bologna, nata nel 2017 proprio per promuovere e valorizzare l’olivicoltura dell’area. La domanda di registrazione è stata presentata nel 2023. Dopo il parere favorevole della Regione e l’istruttoria del ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, la proposta di disciplinare è stata trasmessa alla Commissione europea e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Ue nel maggio 2026.
Un percorso lungo, che ora apre la fase più concreta: trasformare la tutela geografica in riconoscibilità commerciale e valore per i produttori.
«Siamo molto felici di avere raggiunto questo bel risultato – afferma Ermanno Rocca, presidente della Rete Olio extravergine di oliva Colli di Bologna – che dà lustro al territorio agricolo bolognese, creando nuove possibilità di sviluppo sostenibile e una valorizzazione paesaggistica in considerazione della legge sull’oleoturismo».
Microclima e identità del prodotto
La zona delimitata comprende le colline della Città metropolitana di Bologna a sud della via Emilia, un territorio nel quale le condizioni ambientali concorrono a definire il profilo dell’extravergine.
Tra gli elementi caratterizzanti figurano le escursioni termiche e la presenza di rocce evaporitiche gessose affioranti nell’area riconosciuta dall’Unesco Patrimonio mondiale dell’Umanità nel 2023.
Il disciplinare fissa parametri qualitativi precisi:
- l’acidità libera non deve superare lo 0,3%,
- mentre il rapporto tra acido oleico e acido linoleico deve essere almeno pari a 7.
Sul piano sensoriale, l’Igp presenta un fruttato da medio a intenso, accompagnato da note equilibrate di amaro e piccante. Il profilo aromatico richiama sentori di carciofo, erba, mandorla e pomodoro. Il disciplinare evidenzia inoltre l’elevato contenuto di biofenoli e polifenoli.
9 cultivar, un’identità olivicola
Uno degli aspetti più interessanti della nuova denominazione è la valorizzazione della componente varietale.
Per il monovarietale, almeno l’85% dell’olio deve provenire da una sola delle cultivar ammesse:
- Correggiolo,
- Frantoio,
- Nostrana di Brisighella,
- Ghiacciola
- e le autoctone bolognesi Farneto, Montebudello, Montecapra, Montecalvo 2 e Oliveto.
Nel caso del blend, invece, devono essere utilizzate almeno due cultivar tra quelle previste dal disciplinare, che complessivamente rappresentino almeno l’80% del prodotto.
Una scelta che non si limita a definire l’origine geografica dell’olio, ma mette nero su bianco la ricchezza genetica dell’olivicoltura locale e offre alla denominazione una precisa chiave di lettura identitaria.
Dalla storia alla nuova olivicoltura
L’olivo è presente nel Bolognese da secoli. Le prime testimonianze risalgono all’età romana, mentre documenti notarili e fonti storiche attestano la presenza di oliveti sulle colline intorno a Bologna già dall’VIII secolo.
Poi il declino, favorito dalle gelate e dalle difficili condizioni climatiche che tra Seicento e Ottocento hanno progressivamente ridotto la coltivazione. La svolta arriva dagli anni Novanta del Novecento, quando ricerca scientifica, nuovi impianti e iniziative di valorizzazione territoriale hanno accompagnato la ripresa dell’olivicoltura bolognese.
Oggi la nuova Igp certifica proprio questa capacità di ripartire dalla tradizione per costruire una moderna identità produttiva.
Il riconoscimento è un punto di partenza
Per la Regione, la nuova denominazione rappresenta uno strumento per tutelare qualità e identità, sostenere le imprese e rafforzare la competitività delle produzioni sui mercati. Ma per la filiera olivicola il riconoscimento europeo non può essere considerato un traguardo conclusivo.
La sfida sarà dare valore alla denominazione, renderla riconoscibile al consumatore e trasformare le caratteristiche del territorio in un elemento concreto di posizionamento dell’olio. Anche l’oleoturismo può diventare parte di questo percorso, collegando prodotto, paesaggio, cultura rurale e accoglienza.
L’Olio dei Colli di Bologna entra così nella geografia europea delle indicazioni geografiche con una storia precisa e un’identità altrettanto precisa. Ora toccherà alla filiera fare della nuova Igp non soltanto una certificazione di origine, ma uno strumento di mercato, capace di remunerare il lavoro degli olivicoltori e di dare nuova prospettiva a un territorio che ha scelto di tornare a investire sull’olivo.









