La nuova campagna olearia rischia di iniziare sotto il segno di un’emergenza che va ben oltre le oscillazioni del mercato. A lanciare l’allarme sono, per la prima volta con un documento unitario, le principali associazioni nazionali e territoriali dei frantoiani, che parlano apertamente del rischio concreto che numerosi impianti non siano nelle condizioni economiche e finanziarie di ritirare le olive e l’olio della prossima raccolta.
Non si tratta di una previsione teorica, ma della conseguenza di una serie di fattori che si sono sommati negli ultimi mesi:
- giacenze elevate ancora ferme nei depositi,
- drastica riduzione della liquidità,
- prezzi di mercato crollati dopo gli acquisti effettuati a quotazioni record
- e un incremento costante dei costi di gestione.
Una combinazione che rischia di mettere in crisi non soltanto le imprese di trasformazione, ma l’intera filiera olivicola nazionale.
Depositi pieni e capitali immobilizzati
Nel documento firmato da Aifo, Foa Italia, Assofrantoi, Cna agroalimentare e Confartigianato frantoi inviato al ministero dell’Agricoltura e alle Regioni, le associazioni descrivono una situazione che definiscono “drammatica”. I magazzini risultano ancora occupati dall’olio invenduto della scorsa campagna e, di conseguenza, molti frantoi potrebbero non disporre dello spazio necessario per accogliere le nuove produzioni. Parallelamente, il capitale resta immobilizzato nelle giacenze, impedendo alle imprese di recuperare la liquidità indispensabile per acquistare e pagare la nuova materia prima.
Il problema nasce dalla precedente campagna commerciale. I frantoiani hanno acquistato olive e olio in una fase di mercato caratterizzata da quotazioni particolarmente elevate, con prezzi dell’olio all’ingrosso che hanno raggiunto anche i 9-10 euro/kg, per poi assistere a un rapido ridimensionamento delle quotazioni. Oggi gran parte del prodotto stoccato vale meno del prezzo di acquisto, costringendo le aziende a una scelta difficile: vendere registrando perdite consistenti oppure mantenere il prodotto in deposito, continuando però a sostenere costi finanziari e di magazzino.
Costi in crescita e sostenibilità economica compromessa
A complicare ulteriormente il quadro interviene l’aumento strutturale dei costi di produzione. Energia elettrica, trasporti, logistica e gestione dei sottoprodotti continuano a pesare sui bilanci dei frantoi, mentre resta irrisolta anche la questione della valorizzazione della sansa bifasica e della gestione delle acque di vegetazione. Si tratta di costi incomprimibili che riducono ulteriormente i margini delle imprese di trasformazione.
Il rischio è ormai concreto: senza liquidità e senza capacità di stoccaggio, molti frantoi potrebbero non riuscire a ritirare e pagare le olive della prossima campagna. Una situazione che avrebbe ripercussioni immediate sugli olivicoltori, privati del principale sbocco commerciale per il raccolto.
L’appello alle istituzioni
Accanto alle difficoltà economiche, le associazioni denunciano anche una sostanziale esclusione dai principali tavoli istituzionali. Nel documento viene evidenziata la mancata partecipazione delle rappresentanze dei frantoiani al Tavolo Olio convocato dal Masaf il 14 luglio scorso e l’assenza di un coinvolgimento analogo nei confronti regionali dedicati ai futuri interventi per il comparto. Una scelta ritenuta miope, considerando che proprio le imprese di trasformazione sostengono il rischio finanziario della commercializzazione del prodotto.
Da qui la richiesta di convocare con urgenza un tavolo di crisi alla presenza del ministro Francesco Lollobrigida e degli assessori regionali competenti, per individuare strumenti straordinari capaci di evitare il blocco dei ritiri. Tra le misure proposte figura anche la richiesta all’ABI di una moratoria sulle esposizioni bancarie dei frantoi, già avanzata nei mesi scorsi al Ministero.
Una norma giusta che rischia di scontrarsi con la realtà
L’emergenza riporta inevitabilmente l’attenzione anche sul tema dei tempi di pagamento lungo la filiera. Il decreto legislativo 198/2021, che recepisce la direttiva europea contro le pratiche commerciali sleali, impone il pagamento dei prodotti agricoli deperibili entro trenta giorni. Un principio condivisibile, nato per tutelare il contraente più debole e garantire maggiore equilibrio nei rapporti commerciali. Lo stesso documento delle associazioni richiama esplicitamente questo obbligo, sottolineando come, nelle condizioni attuali, molti frantoi rischino oggettivamente di non riuscire a rispettarlo.
Ed è proprio qui che si apre una riflessione più ampia. La norma nasce da un obiettivo sacrosanto: assicurare agli olivicoltori pagamenti certi e tempestivi. Tuttavia, quando un mercato attraversa una crisi di liquidità come quella attuale, il rischio è che un obbligo formalmente corretto diventi, di fatto, impossibile da rispettare.
Il paradosso è evidente. Se un frantoio non dispone della liquidità necessaria per pagare entro i termini di legge, potrebbe scegliere la strada più prudente: non ritirare affatto le olive. In questo modo, una disposizione pensata per rafforzare la tutela del produttore rischierebbe di trasformarsi nel suo contrario, lasciando gli olivicoltori senza un interlocutore commerciale proprio all’inizio della campagna.
Non è in discussione il principio della legalità né la necessità di garantire correttezza nei rapporti di filiera. La domanda, piuttosto, è se l’attuale impianto normativo disponga degli strumenti finanziari necessari per renderlo concretamente applicabile anche nelle fasi di forte crisi del mercato. Senza adeguati meccanismi di sostegno — dall’accesso al credito alle garanzie pubbliche, fino a strumenti di gestione delle giacenze — il rischio è che una norma nata per proteggere produttori e consumatori finisca, suo malgrado, per produrre l’effetto opposto.
La vicenda dei frantoi dimostra ancora una volta quanto, nell’agroalimentare, le regole non possano essere considerate isolate dal contesto economico in cui operano. Perché una buona legge, se priva delle condizioni che ne consentono l’attuazione, rischia di restare soltanto un buon principio. E, nel peggiore dei casi, di trasformarsi in un boomerang per quella stessa filiera che era stata chiamata a tutelare.







