Gli ecoschemi per l’olivo

ecoschema olivicoltura
Valutazioni ad un anno dall’introduzione degli ecoschemi per l’oliveto

Sono molti gli aspetti discussi durante l’incontro organizzato da Edagricole in occasione della Fieragricola a Verona il 1° febbraio. Al convegno, con il titolo “Un anno di ecoschemi- criticità e soluzioni per applicarli al meglio”, sono state esaminate le applicazioni di tutti e cinque i “regimi per il clima e per l’ambiente” (detti anche ecoschemi) ad un anno dalla loro attivazione. Gli ecoschemi rappresentano il 25% dei pagamenti diretti e trovano la loro applicazione in diversi settori da quello zootecnico, ai seminativi, agli impollinatori e all’olivicoltura.

Durante l’incontro è stato possibile constatare quali siano state le difficoltà di applicazione che, a differenza di altri settori, sono state meno rilevanti per il settore dell’olivicoltura.

Ecoschema 2: inerbimento delle colture arboree

Gli obiettivi di questo ecoschema sono molto importanti come ridurre l’erosione del suolo, la lisciviazione dei nutrienti e l’incremento di sostanza organica, ma in molti casi di difficile applicazione.

Prevede quattro impegni:

  • presenza di copertura vegetale erbacea, spontanea o seminata tra il 15 settembre e il 15 maggio dell’anno successivo, sull’interfila o all’esterno della proiezione della chioma;
  • ridurre l’uso di prodotti fitosanitari;
  • divieto di lavorazioni del terreno sull’interfila o all’esterno della proiezione della chioma durante tutto l’anno;
  • gestione della copertura vegetale mediante operazioni meccaniche di sfalcio o trinciatura (sono previste deroghe in caso di disposizione dei Servizi fitosanitari).

Andrea Palliotti, dell’Università di Perugia, ha presentato un resoconto di quali sono state le principali criticità nel mantenimento di questo ecoschema che è risultato più facilmente applicabile nelle regioni olivicole del centro nord rispetto a quelle del sud.

Da sinistra, Angelo Frascarelli, Michele Pisante e Alberto Palliotti

Un impegno importante ma critico

I dati presentati fanno riferimento a studi sugli effetti dell’inerbimento. L’utilizzo dell’inerbimento, vuol dire in primis inserire un competitore sia della risorsa idrica che di quella nutrizionale, causando in alcuni casi una riduzione di produzione che varia a seconda dell’andamento climatico e dell’annata.

Interessanti sono i dati relativi all’utilizzo del trifolium subterraneum, specie molto utilizzata che non ha riscontrato cali produttivi in quanto nei mesi di luglio e agosto dissemina e secca non creando competizione con la coltura principale.

L’altro aspetto riguarda il ciclo delle essenze che vengono impiegate per gli inerbimenti. L’innalzamento delle temperature degli ultimi anni e la minore disponibilità idrica fanno sì che soprattutto nel periodo estivo queste piante disecchino completamente passando da una colorazione verde a una marrone e con la conseguenza che non sappiamo ancora come questo venga interpretato nelle foto satellitari, apparendo come un terreno lavorato.

Altre considerazioni

Nonostante le numerose adesioni di circa l’80%, è importante valutare la convenienza di tale impegno in base alle condizioni climatiche e agronomiche in cui si opera. Altri aspetti valutati sono quelli come il sovescio, pratica che non può essere svolta completamente per il divieto di lavorazione impedendo l’interramento delle colture. Nel sud Italia, inoltre, è stato sottolineato il maggiore rischio di incendi dovuto alla permanenza di un cotico erboso secco nel periodo estivo.

Ecoschema 3: salvaguardia olivi di particolare valore paesaggistico

A differenza del precedente ecoschema descritto, l’ecoschema 3 è risultato di più facile applicazione, contando adesioni al 90%. L’obiettivo di tale intervento è quello di preservare l’oliveto visto come patrimonio del paesaggio agrario ai fini della tutela ambientale degli ecosistemi.

Gli impegni da rispettare sono:

  • potatura biennale,
  • divieto di abbruciatura in loco dei residui di potatura,
  • divieto di infittimenti.

A questo proposito è intervenuto Giuseppe Montanaro, dell’Università degli Studi della Basilicata, presentando dati relativi a prove di campo fatte per testare la frequenza delle potature in relazione alla produttività dell’oliveto e all’incremento dei depositi di carbonio in oliveto.

Da sinistra: Angelo Frascarelli, Michele Pisante e Giuseppe Montanaro

Mantenimento dell’ecosistema

I vantaggi di potature frequenti sono due in particolare.

  1. Effettuando potature frequenti, la quantità di materiale asportato è sicuramente inferiore sia come volumi che come dimensione delle parti asportate e, quindi, di più facile gestione anche attraverso operazioni di trinciatura.
  2. L’altro aspetto è quello produttivo, in quanto ormai è noto come potature annuali o biennali hanno come effetto quello di migliorare la produttività dell’oliveto sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.

Trinciare o asportare?

Per quanto riguarda la gestione del materiale derivante da una potatura biennale, è stato calcolato che, allontanare 3 tonnellate di sostanza secca ad ettaro all’anno equivale a circa 1,3 tonnellate di carbonio pari a 4,9 t di CO2 equivalente, che vengono portate via dall’oliveto, senza considerare l’asportazione dei frutti.

Dunque, lasciare questo materiale in campo e trinciarlo è fondamentale per non impoverire l’ecosistema. Un incentivo per gli agricoltori a trinciare i residui della potatura è relativo a incentivi del Piano Strategico Nazionale con un impegno specifico per la trinciatura (SRA21), attualmente attivato da alcune regioni italiane.


Leggi anche: Obblighi, divieti e premi dell’ecoschema 3 sugli oliveti

Gli ecoschemi per l’olivo - Ultima modifica: 2024-02-02T16:05:48+01:00 da Barbara Gamberini

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