C’è un Mediterraneo dell’olio che sta cambiando pelle. Mentre la produzione italiana continua a fare i conti con gli effetti del cambiamento climatico, con la volatilità delle rese e con una disponibilità di materia prima sempre più incerta, sulla sponda sud del Mare Nostrum la Tunisia consolida il proprio ruolo di protagonista assoluta del mercato oleario internazionale.
I numeri diffusi dall’Osservatorio nazionale dell’agricoltura tunisino (Onagri) fotografano una crescita che non può più essere considerata congiunturale. È il segno di un sistema produttivo che, anno dopo anno, sta conquistando quote di mercato e diventando un tassello imprescindibile negli equilibri dell’olivicoltura mediterranea. Un fenomeno che rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità per l’Italia, chiamata a difendere il proprio patrimonio di qualità senza rinunciare alla capacità di interpretare i nuovi scenari globali.
Export tunisino in forte accelerazione
Nei primi sette mesi della campagna olearia 2025-2026, da novembre a maggio, le esportazioni di olio d’oliva tunisino hanno generato ricavi per oltre 4 miliardi di dinari, pari a circa 1,3 miliardi di euro, con un incremento del 44,9% rispetto allo stesso periodo della campagna precedente.
A trainare il risultato è stato soprattutto il balzo dei volumi esportati, cresciuti del 57,9%, passando da 207mila a oltre 327mila tonnellate.
L’Unione europea si conferma il principale sbocco commerciale, assorbendo quasi il 58% delle esportazioni, seguita dal Nord America e dai mercati asiatici, sempre più interessati agli oli del Mediterraneo.
Sul fronte dei singoli Paesi importatori,
- la Spagna resta il primo acquirente in termini di volume, con il 33,6% delle importazioni,
- seguita dall’Italia con il 19,5%
- e dagli Stati Uniti con il 18,3%.
Il biologico parla sempre più italiano
Il dato che più colpisce riguarda il segmento biologico. L’Italia si conferma infatti il primo acquirente mondiale di olio d’oliva biologico tunisino, assorbendo il 38% delle esportazioni, davanti alla Spagna (26%), agli Stati Uniti (24%) e alla Francia (8%).
Nei primi sette mesi della campagna sono state esportate 44,5 mila tonnellate di olio biologico per un valore di oltre 182 milioni di euro.
Un dato che racconta molto dell’evoluzione della filiera italiana. La crescente domanda di oli certificati, unita alle difficoltà produttive di alcune aree nazionali, ha reso le importazioni una leva sempre più importante per garantire continuità di approvvigionamento e capacità industriale.
Il prezzo medio dell’olio biologico tunisino si è attestato attorno ai 4 euro/kg, confermando una competitività che rende il prodotto particolarmente interessante per i mercati europei.
Il nodo irrisolto dello sfuso
Nonostante i progressi, l’export tunisino continua a essere caratterizzato da un forte sbilanciamento verso il prodotto sfuso.
L’87,1% dell’olio esportato lascia infatti il Paese senza confezionamento, mentre soltanto il 12,9% viene commercializzato imbottigliato. Nel biologico la quota del confezionato scende addirittura al 5,5%.
È qui che si gioca una delle partite più importanti del Mediterraneo oleario. La Tunisia è ormai una grande potenza produttiva, ma fatica ancora a trattenere sul proprio territorio il valore aggiunto legato al branding, al confezionamento e alla commercializzazione.
Ed è proprio in questo spazio che l’industria italiana continua a svolgere un ruolo strategico, grazie a competenze industriali, reti distributive e capacità di presidio dei mercati internazionali.
L’Italia rafforza i controlli
La crescita dei flussi commerciali e la maggiore integrazione del mercato mediterraneo rendono però ancora più centrale il tema dei controlli.
Non a caso il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha annunciato la convocazione della Cabina di regia dei controlli agroalimentari e l’avvio di una campagna straordinaria di verifiche nel settore olivicolo.
L’obiettivo dichiarato è colpire con durezza ogni forma di illegalità e contrastare comportamenti in grado di deprezzare il valore delle produzioni italiane.
Una decisione che arriva in un momento particolarmente delicato, in cui l’aumento delle importazioni e la crescente complessità delle filiere richiedono strumenti di controllo sempre più efficaci per garantire trasparenza e tutelare consumatori e operatori.
La sfida è governare l’olio del Mediterraneo
Guardare alla Tunisia soltanto come a un concorrente sarebbe un errore strategico. La vera sfida per l’Italia è comprendere che il futuro dell’olivicoltura mediterranea sarà sempre più interdipendente.
Le produzioni del Nord Africa possono rappresentare un’opportunità per compensare i deficit produttivi che ciclicamente interessano il nostro Paese e per assicurare continuità alle filiere industriali. Ma questa apertura può essere sostenibile soltanto se accompagnata da regole chiare, controlli rigorosi, tracciabilità e una netta distinzione tra origine della materia prima e valore del Made in Italy.
L’Italia continuerà a essere il punto di riferimento mondiale per cultura dell’olio, capacità industriale e reputazione qualitativa solo se saprà fare ciò che le riesce meglio: trasformare la complessità in valore. Perché nel nuovo Mediterraneo dell’olio non vincerà chi produrrà di più, ma chi saprà costruire le alleanze più intelligenti senza arretrare di un millimetro sulla qualità e sulla trasparenza.








