Vivaismo olivicolo

La diversificazione varietale pesa sui costi di gestione

diversificazione 
L’impegno nel mantenere la biodiversità da parte dei vivai italiani influisce sui costi di produzione in misura maggiore rispetto ad altri Paesi olivicoli. Ed è in controtendenza rispetto alle spinte omologatrici a livello mondiale
Il vivaismo olivicolo italiano è impegnato ad affrontare una crisi non più congiunturale, causata non certamente dalla qualità e dalla garanzia del materiale vivaistico prodotto dalle nostre aziende, ma dall’affermarsi di nuovi scenari olivicoli mondiali. La pianificazione di nuove superfici olivicole avviene indirizzando gli olivicoltori verso la scelta di un numero limitato di varietà, penalizzando in tal modo la diversificazione della produzione oleicola.

Indirizzo che indubbiamente penalizza l’attività vivaistica italiana che privilegiando la biodiversità varietale richiede un’organizzazione della gestione del vivaio più onerosa e ne limita la competitività sui mercati internazionali.

Le aziende vivaistiche italiane meritano il più ampio riconoscimento, non solo per l’impegno dimostrato a fornire materiale vivaistico diversificato che consente di continuare a rafforzare l’identità territoriale dei diversi oli extravergine da olive nazionali, ma anche per essere una componente attiva nel miglioramento genetico e nella costituzione di nuove varietà in collaborazione con centri di ricerca e con istituti universitari.

Il Civi Italia (Centro interprofessionale vivaisti italiani) stima che la produzione di piantoni di olivo nel 2012 si attesti sui 2,5 milioni di piante di categoria Cac (Conformità agricola comunitaria): livello quantitativo comunitario minimo obbligatorio, prodotte prevalentemente in vivai della Toscana, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, alle quali sono da aggiungere alcune centinaia di migliaia di piante prodotte per micropropagazione in vitro in Emilia-Romagna.

Questi dati, se raffrontati a quelli degli anni 60-80, periodo nel quale la produzione annua si attestava sui 10 milioni di piante, evidenziano una graduale e progressiva diminuzione di nuovi impianti olivicoli in Italia, comunque compensata da consistenti flussi di esportazione di piantoni richiesti da una nascente olivicoltura nei diversi continenti, realizzata con materiali di propagazione provenienti dalle nostre aziende vivaistiche.

Il calo dell’export

Nell’arco degli ultimi anni, l’export ha subito una battuta di arresto non certamente per la qualità e la garanzia offerta dalla nostra produzione vivaistica, ma per la presenza sul mercato mondiale di multinazionali che di fatto hanno imposto scelte varietali prevalentemente spagnole, a costi non sostenibili dal nostro vivaismo.

Una situazione di recessione che avviene proprio in un periodo nel quale i vivaisti italiani sono in grado di proporre, a livello nazionale e internazionale, progetti di nuovi impianti a elevata innovazione tecnologica e con servizi di assistenza di grande scuola professionale.

«Il vivaismo olivicolo italiano – fa presente il coordinatore del Civi-Italia, Luigi Catalano – è in grado d’innalzare ancora l’offerta qualitativa della produzione e dei servizi, grazie alla possibilità di operare nell’ambito sia del Servizio nazionale di certificazione volontaria del Mipaaf, che dei progetti interregionali, come Olviva, che hanno portato a una selezione di varietà e di ecotipi di notevole valore genetico».

Il patrimonio italiano

Il materiale di categoria prebase e base è conservato in 4 centri, mentre sono 5 quelli di moltiplicazione delle piante madri; il materiale di origine è dato da 218 fonti primarie appartenenti a 104 differenti cultivar, di cui 34 d’interesse locale.

Patrimonio costituito da materiale di propagazione che si caratterizza per l’ampia biodiversità varietale che, grazie anche all’attività vivaistica delle nostre aziende, offre l’opportunità per definire quali indirizzi s’intendono adottare per non disperdere le potenzialità della nostra olivicoltura.

Le aziende vivaistiche, continua Catalano, sono in grado di garantire la base di partenza per avviare la filiera olivicola-oleicola a condizione, però, che si decida quale tipo di olivicoltura si intende sviluppare, in modo da pianificare la fornitura di materiale di propagazione e di piante che permetta di raggiungere gli obiettivi programmati, soprattutto per quanto riguarda le scelte varietali e la tipologia di piante idonee alle “diverse e tante olivicolture” del nostro territorio.
«L’oliveto Italia – sottolinea Catalano - ha innanzitutto bisogno di una più razionale ed efficiente gestione agronomica, orientata verso la riduzione dei costi di produzione; ciò vale sia per gli impianti realizzati secondo i nuovi modelli olivicoli, sia per quelli “tradizionali” più o meno specializzati. Uno dei punti critici da affrontare è quello relativo a quali varietà moltiplicare».

I recenti orientamenti verso la costituzione di nuovi impianti con l’utilizzo di 2-4 varietà idonee alla totale meccanizzazione dell’oliveto, ma che sono tanto distanti dalle caratteristiche organolettiche degli oli di oliva italiani, trova larghe analogie con quanto avvenuto in passato nel settore vitivinicolo.

Infatti, i modelli di sviluppo basati sull’utilizzo di poche varietà nazionali, un esempio su tutti il Trebbiano toscano, o internazionali, Cabernet Sauvignon e Merlot, finirono per banalizzare e appiattire il vino italiano, privandolo delle sue peculiarità e specificità.

La risalita del settore è avvenuta quando c’è stata la piena rivalutazione dei vitigni autoctoni legati al territorio e portatori di qualità uniche e non riproducibili in alcuna parte del mondo. Un simile discorso potrebbe valere anche per l’olio d’oliva di qualità.

Quale olio è imbottigliato nelle confezioni che si fregiano delle dop e igp riconosciuti e tutelati dall’Ue?

C’è realmente il prodotto delle varietà che fanno parte dei disciplinari delle singole denominazioni?

Basterebbe svelare questo arcano e chiarire una volta per sempre questo aspetto per rilanciare l’intero comparto olivicolo, a beneficio di tutti gli attori della filiera, vivaismo compreso.

«Consci dell’urgenza del problema, e convinti che la risoluzione non dipende dal singolo elemento, ma dall’intera filiera – conclude Catalano – i vivaisti sono pronti a dare il loro contributo assumendosi le proprie responsabilità e offrendo le diverse soluzioni per gli specifici casi da affrontare».

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