Tunisia, l’olio d’oliva cambia passo tra export record e geopolitica

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L’export di olio tunisino registra volumi record superando 1,3 miliardi di euro. L’esenzione dai dazi USA consolida il posizionamento del Paese, evidenziando come la geopolitica stia ormai ridefinendo il mercato agricolo del Mediterraneo

L’olio d’oliva è sempre meno una semplice commodity agricola e sempre più una leva strategica nelle relazioni economiche internazionali. Le ultime notizie provenienti dalla Tunisia sembrano confermare questa evoluzione. Da un lato, il Paese registra risultati senza precedenti nelle esportazioni; dall’altro, beneficia di una congiuntura commerciale favorevole che potrebbe rafforzarne ulteriormente la presenza sul mercato statunitense. Due elementi distinti, ma che insieme raccontano una trasformazione ben più ampia: quella di un Mediterraneo nel quale gli equilibri dell’olivicoltura si stanno ridefinendo anche attraverso le scelte della politica commerciale globale.

Il vantaggio dei dazi Usa

L’amministrazione del presidente Donald Trump ha infatti escluso la Tunisia dal nuovo pacchetto di dazi aggiuntivi introdotti nei confronti di sessanta partner commerciali degli Stati Uniti. Pur non trattandosi di una misura specificamente destinata al comparto oleario, la decisione produce un effetto concreto: l’olio tunisino continuerà ad accedere al mercato americano con il regime doganale ordinario, mentre alcuni importanti concorrenti mediterranei, tra cui Marocco, Algeria, Egitto e Turchia, saranno interessati dalle nuove sovrattasse.

Si tratta di un vantaggio competitivo tutt’altro che marginale. Gli Stati Uniti rappresentano già il terzo mercato di destinazione dell’olio tunisino, dopo Spagna e Italia, assorbendo oltre il 18% delle esportazioni complessive e quasi un quarto di quelle biologiche. In uno scenario caratterizzato da margini sempre più compressi e da una competizione internazionale crescente, anche una diversa politica tariffaria può modificare gli equilibri commerciali.

Export, numeri record

Il provvedimento di Washington arriva inoltre in una fase particolarmente favorevole per il settore tunisino. Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale dell’agricoltura (Onagri), nei primi otto mesi della campagna olearia 2025-2026 le esportazioni hanno raggiunto le 352 mila tonnellate, con un incremento del 56,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I ricavi hanno superato 1,3 miliardi di euro, in crescita del 45%, mentre l’olio extravergine rappresenta ormai oltre l’83% dei volumi esportati.

Numeri che confermano il consolidamento della Tunisia tra i grandi protagonisti del mercato mondiale dell’olio d’oliva.

Il nodo dello sfuso

Permangono tuttavia alcune criticità strutturali. L’86,3% dell’olio tunisino continua infatti a essere esportato sfuso, mentre solo una quota limitata lascia il Paese confezionata con marchi nazionali. È un limite che accompagna da tempo la filiera tunisina e che testimonia come una parte consistente del valore aggiunto venga ancora generata nelle fasi successive della catena commerciale, spesso proprio nei Paesi europei importatori.

La Spagna resta il principale acquirente, con oltre il 32% dei volumi, seguita dall’Italia con circa il 20% e dagli Stati Uniti. Un quadro che evidenzia come le filiere del Mediterraneo siano ormai fortemente integrate: produzione, trasformazione, confezionamento e distribuzione appartengono sempre più a una catena del valore internazionale.

Ed è proprio qui che la cronaca lascia spazio a una riflessione più ampia.

La geopolitica guida il mercato oleario

La crescita della Tunisia non può essere letta esclusivamente come il risultato di una buona campagna produttiva o di una favorevole congiuntura commerciale. I dati raccontano qualcosa di più profondo: la competitività delle filiere agroalimentari dipende sempre meno soltanto dall’efficienza produttiva e sempre più dal contesto geopolitico nel quale operano.

  • Le politiche tariffarie,
  • gli accordi commerciali,
  • le strategie di diversificazione degli approvvigionamenti
  • e le relazioni diplomatiche

stanno diventando fattori determinanti quanto la qualità del prodotto.

L’olio d’oliva entra così in una dimensione nuova, nella quale agricoltura, commercio internazionale e politica estera finiscono per intrecciarsi.

La sfida per l’Europa

Per l’Italia e per l’Unione europea il tema non è osservare con preoccupazione il successo tunisino, ma comprendere che il terreno della competizione si è ampliato. Investire in innovazione, sostenibilità e qualità resta indispensabile, ma potrebbe non essere più sufficiente se non accompagnato da una strategia commerciale e geopolitica capace di leggere le trasformazioni in atto.

L’impressione è che il Mediterraneo stia vivendo una progressiva redistribuzione dei propri pesi economici. L’olio d’oliva, simbolo identitario delle sue civiltà agricole, sta assumendo anche il ruolo di asset strategico nelle relazioni economiche internazionali. Le decisioni assunte a Washington, Bruxelles o Tunisi producono effetti immediati lungo l’intera filiera, modificando flussi commerciali, investimenti e vantaggi competitivi.

Forse è proprio questa la notizia più importante, destinata a durare ben oltre una singola campagna olearia. La geopolitica non si limita più a fare da sfondo ai mercati agricoli: contribuisce sempre più a determinarne le regole. E chi saprà interpretare per tempo questi cambiamenti avrà un vantaggio competitivo ben più solido di quello garantito da una buona raccolta.

Tunisia, l’olio d’oliva cambia passo tra export record e geopolitica - Ultima modifica: 2026-07-28T18:07:52+02:00 da Barbara Gamberini

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