Pakistan e Italia insieme per la filiera dell’olivo del futuro

italia pakistan olivo
Il Pakistan lancia la strategia nazionale per l’olivicoltura con il supporto dell’Italia. Un progetto di cooperazione internazionale fondato su trasferimento tecnologico, sostenibilità e valorizzazione della qualità

Il Pakistan sceglie l’olivo come leva di sviluppo e l’Italia rafforza una collaborazione costruita in oltre sessant’anni. Un esempio virtuoso di cooperazione agricola che può trasformare competenze, ricerca e formazione in nuove opportunità. Con una consapevolezza: quando si parla di olivo e olio, l’Italia non trasferisce soltanto tecniche produttive, ma un patrimonio di cultura agricola e agroalimentare che appartiene alla civiltà mediterranea.

Il Pakistan punta sull’olivo e lo fa con una strategia nazionale destinata a dare una nuova dimensione a una filiera ancora giovane, ma con importanti prospettive di crescita. A Islamabad il primo ministro Muhammad Shehbaz Sharif e l’ambasciatore d’Italia in Pakistan Ugo Ciarlatani hanno lanciato la National Olive Value Chain Policy, con l’obiettivo di costruire un settore moderno, competitivo e sostenibile.

Una scelta dettata anche da esigenze molto concrete:

  • rafforzare la sicurezza alimentare,
  • ridurre la dipendenza dalle importazioni di oli alimentari
  • e creare nuove opportunità economiche per agricoltori e imprese.

Il Pakistan destina oggi circa 4 miliardi di dollari all’anno all’importazione di oli alimentari e guarda quindi all’olivicoltura come a una possibile leva strategica per la propria economia.

La nuova politica nazionale punta a sviluppare l’intera catena del valore: dalla coltivazione alla trasformazione, dalla qualità al confezionamento, dal branding alla commercializzazione e all’export.

È un approccio che riconosce una verità fondamentale: un settore agricolo diventa davvero competitivo quando riesce a costruire una filiera intorno al prodotto.

L’Italia al fianco del Pakistan

In questo percorso l’Italia occupa un ruolo di primo piano. La collaborazione tra i due Paesi affonda le proprie radici in oltre sessant’anni di cooperazione e negli ultimi anni ha accompagnato lo sviluppo dell’olivicoltura pakistana attraverso assistenza tecnica, ricerca, formazione e rafforzamento delle capacità istituzionali.

Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, attraverso l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e in collaborazione con CIHEAM Bari, ha messo a disposizione l’esperienza italiana

  • nella coltivazione dell’olivo,
  • nella trasformazione,
  • nei controlli di qualità,
  • negli standard fitosanitari,
  • nella valorizzazione dei prodotti
  • e nell’accesso ai mercati.

Sono stati

  • realizzati laboratori per l’analisi sensoriale e fitosanitaria,
  • formati patologi vegetali e chimici,
  • sostenuti vivai notificati
  • e promossi gruppi di sviluppo imprenditoriale guidati anche da donne e giovani.

A questa attività si aggiunge il Professional Capacity Building and Extension Agriculture Programme, approvato dall’Italia nel 2026 con un valore di 20 milioni di euro.

Particolarmente significativo è anche il programma annunciato per la formazione in Italia di 100 giovani laureati in agricoltura pakistani, che potranno acquisire competenze sulla coltivazione, sulla trasformazione e sulla commercializzazione dell’olivo per poi contribuire, una volta rientrati nel Paese, alla crescita della filiera nazionale.

È questa la cooperazione che può fare la differenza: non soltanto trasferire strumenti, ma costruire competenze destinate a rimanere nel territorio.

Frantoi di piccole dimensioni forniti dai programmi di cooperazione italiana.

Un modello già sperimentato nel Mediterraneo

La collaborazione con CIHEAM Bari aggiunge a questo progetto un elemento di particolare solidità. L’esperienza dell’Istituto nella cooperazione agricola e nella formazione nel Mediterraneo è infatti ampia e consolidata e l’olivicoltura rappresenta uno degli ambiti nei quali questa esperienza ha prodotto risultati concreti.

In diversi Paesi del Maghreb, la cooperazione e il trasferimento di conoscenze hanno accompagnato nel tempo la crescita delle competenze tecniche e delle filiere olivicole, contribuendo allo sviluppo di produzioni oggi importanti sui mercati internazionali.

È un precedente significativo perché dimostra come la cooperazione agricola, quando mette insieme formazione, ricerca, assistenza tecnica, qualità e sviluppo della filiera, possa produrre risultati duraturi.

Il Pakistan può quindi beneficiare di un patrimonio di esperienze già maturato in contesti mediterranei caratterizzati da condizioni produttive e sfide in parte comparabili. L’obiettivo non è replicare modelli in modo automatico, ma adattare conoscenze e strumenti alle specificità del territorio, costruendo progressivamente una filiera nazionale capace di esprimere qualità e valore.

Una cooperazione agricola nel Mediterraneo allargato

L’esperienza pakistana si inserisce in una prospettiva più ampia. L’agricoltura può rappresentare uno degli strumenti più efficaci della diplomazia economica e della cooperazione internazionale, soprattutto in aree nelle quali la sicurezza alimentare, la disponibilità di risorse e la crescita delle comunità rurali rappresentano priorità strategiche.

L’olivo, in particolare, possiede una capacità straordinaria di costruire relazioni. È una coltura profondamente radicata nel Mediterraneo, ma la sua storia oggi si allarga ben oltre i confini geografici tradizionali.

Accompagnare nuovi Paesi nello sviluppo di filiere olivicole significa quindi contribuire alla crescita economica, alla formazione professionale e alla diversificazione agricola, favorendo al tempo stesso una maggiore cultura della qualità.

Bene, dunque, una cooperazione italiana sempre più presente nel Mediterraneo allargato e oltre, capace di mettere a disposizione competenze riconosciute e di creare ponti tra sistemi agricoli, università, istituzioni e imprese.

Rafforzare ciò che ci rende riconoscibili

Proprio mentre condividiamo questo patrimonio di conoscenze, diventa altrettanto importante rafforzare la nostra identità.

L’Italia dispone di una cultura agricola e agroalimentare che rappresenta un capitale straordinario. Nel caso dell’olivo e dell’olio questo patrimonio assume una dimensione ancora più profonda. Perché l’olivo non è semplicemente una coltura e l’olio non è semplicemente un alimento.

Sono parte della storia dei nostri territori, del paesaggio, delle comunità rurali, delle tradizioni, delle tecniche tramandate e continuamente innovate. Sono economia, cultura e identità. In una parola: civiltà.

È questa consapevolezza che deve accompagnare anche la nostra politica di cooperazione.

L’Italia può condividere il proprio know-how senza impoverire il proprio patrimonio. Anzi, può fare della condivisione uno strumento per rafforzarlo, portando nel mondo una cultura della qualità, della tracciabilità, della ricerca, della formazione e della valorizzazione dell’origine.

In questa prospettiva, il sistema delle Indicazioni Geografiche e delle Dop rappresenta uno degli strumenti più importanti. Le denominazioni non sono soltanto un sistema di protezione commerciale: raccontano il rapporto tra prodotto e territorio e rendono riconoscibile un patrimonio collettivo.

L’olio italiano, oltre il prodotto

La crescita dell’olivicoltura nel mondo può dunque essere letta anche come un’opportunità per l’Italia.

Più aumenta la produzione in nuove aree, più diventa importante spiegare la diversità dei territori, delle cultivar, delle tecniche produttive e delle identità che compongono il grande universo dell’olio.

È qui che il nostro Paese può giocare una partita di valore: non competere soltanto sui volumi, ma sulla conoscenza.

Formare, trasferire competenze, costruire sistemi di qualità e contribuire allo sviluppo di nuove filiere significa anche rafforzare la credibilità internazionale dell’Italia come Paese capace di generare cultura agricola.

La cooperazione con il Pakistan, in questo senso, è un esempio concreto di una diplomazia agricola che guarda lontano. E può diventare un modello per il Mediterraneo allargato: aiutare altri Paesi a produrre meglio, valorizzare le loro specificità e costruire filiere moderne, sostenibili e trasparenti.

Al tempo stesso, l’Italia deve continuare a investire con la stessa determinazione nel proprio patrimonio: ricerca, innovazione, formazione, competitività delle imprese, tutela delle denominazioni, valorizzazione dei territori e capacità di raccontare il prodotto.

Perché condividere una cultura non significa perderla: significa renderla più forte e riconoscibile.

E nel caso dell’olivo questa cultura ha radici profonde. L’albero che da millenni accompagna il Mediterraneo non è soltanto una risorsa agricola. È un segno della nostra storia e della nostra capacità di trasformare un prodotto della terra in identità, economia e bellezza.

L’Italia può quindi guardare con favore alla crescita dell’olivicoltura nel mondo, continuando a fare ciò che sa fare meglio: costruire valore attraverso la conoscenza. Perché l’obiettivo della cooperazione non è moltiplicare semplicemente i produttori di olio, ma contribuire a far crescere, insieme alla produzione, la cultura della qualità. E in questa cultura l’Italia ha ancora molto da insegnare, molto da innovare e soprattutto molto da custodire.

Pakistan e Italia insieme per la filiera dell’olivo del futuro - Ultima modifica: 2026-08-28T10:15:23+02:00 da Barbara Gamberini

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome