L’olivo va in Artico, 500 semi nella cassaforte mondiale

olivo svalbard
A sinistra, l'entrata del deposito globale dei semi della Svalbard; a destra, la criobanca del Cnr-Ibe.

Un viaggio dal Mediterraneo all’Artico per mettere al sicuro una parte della storia agricola dell’umanità: la scelta di depositare, per la prima volta, semi di olivo nello Svalbard Global Seed Vault, in Norvegia, testimonia l’impegno della comunità scientifica internazionale a preservare una delle colture più antiche del mondo dalle crisi che potrebbero minacciarne il futuro. I semi, selezionati e preparati in Spagna, porteranno nel cuore dell’Artico, nella cassaforte mondiale della biodiversità, un campione rappresentativo del patrimonio genetico dell’olivo coltivato.

La memoria genetica dell’olivo

L’iniziativa ha un valore fortemente simbolico: l’olivo è una delle specie arboree più antiche, longeve e rappresentative del bacino del Mediterraneo, profondamente intrecciata alla storia, alla cultura e all’economia di questa regione. Il deposito alle Svalbard ha permesso di creare una “copia di sicurezza” del patrimonio genetico della coltura, da utilizzare nel caso in cui una grave crisi ambientale, climatica, sanitaria o di altra natura dovesse compromettere una parte significativa degli olivi oggi presenti nel mondo.

La spedizione è stata possibile grazie alla collaborazione tra istituzioni scientifiche, impegnate nella selezione del materiale genetico, e il Consiglio Oleicolo Internazionale (COI); al progetto hanno partecipato diversi stakeholder internazionali, tra cui il Ministero Spagnolo dell’Agricoltura, della Pesca e dell’Alimentazione e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO).

500 semi, 50 genotipi

Una parte fondamentale del lavoro è stata svolta presso la banca del germoplasma dell’olivo dell’Università di Cordova, che possiede una delle più grandi collezioni di piante di olivo. Da questo vasto germoplasma sono state selezionate 50 varietà considerate particolarmente importanti tra le circa 700 presenti nella collezione. A queste varietà si sono aggiunti altri semi di genotipi selvatici (Olea europaea var. sylvestris), provenienti da diverse aree dell’Andalusia e dalle Isole Canarie.

I ricercatori hanno preparato i semi, in modo da costituire, non solo una semplice raccolta di esemplari rappresentativi, ma cercando di avere anche una sorta di “fotografia genetica” dell’olivo coltivato.

Spiega Raffaella Petruccelli, dell’Istituto per la BioEconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ibe): «Nel “forziere dei semi” in Norvegia sono conservate 50 cultivar di olivo (Olea europaea subsp. europaea var. sativa), provenienti da 15 paesi olivicoli, che rappresentano una parte, sebbene ridotta, dell’ampia variabilità che caratterizza il germoplasma olivicolo.
Le 50 cultivar sono state scelte sia per la loro importanza storica e commerciale, come ad esempio le spagnole Picual, Hojiblanca e Gordal e la francese Picholine, sia per le loro risposte fisiologiche di adattabilità e tolleranza e gli aspetti agronomici di produttività e qualità dell’olio.
Tra il materiale genetico scelto sono presenti anche nove cultivar italiane: Leccino, Maurino, Frantoio, Rosciola, Peranzana, Itrana, Dolce Agogia, Ascolana tenera e Coratina provenienti da diverse regioni olivicole italiane e utilizzate per la produzione di olio e/o come olive da mensa.
Di particolare interesse è la presenza di semi di olivi di varietà selvatiche (Olea europaea subsp. Guanchica, Olea europaea var. sylvestris) riconosciuti come un’importante fonte di geni di resistenza o tolleranza a malattie e stress ambientali, che possono essere sottorappresentati nelle varietà coltivate».

Dalla raccolta alla conservazione

Prima di affrontare il viaggio verso l’Artico, tuttavia, i semi hanno dovuto superare una serie di passaggi tecnici. I ricercatori hanno raccolto e selezionato una quantità considerevole di materiale; quindi, lo hanno sottoposto a processi di disidratazione per eliminare l’umidità e aumentare le possibilità di conservazione nel lungo periodo.

La vitalità dei campioni è stata verificata attraverso test di germinazione effettuati presso il Centro di Risorse Genetiche Vegetali di Madrid. Una volta completati i controlli, i semi sono stati inseriti in apposite buste e sistemati nelle scatole predisposte per il trasporto e lo stoccaggio.

Dietro la spedizione, dunque, non c’è soltanto una scelta scientifica, ma un complesso lavoro di coordinamento tecnico, guidato dall’obiettivo di contribuire a conservare oggi del materiale genetico in modo da rendere possibile, se necessario, la ricostruzione delle colture domani. Una forma di assicurazione biologica che acquista un significato particolare in un’epoca caratterizzata da cambiamento climatico, perdita di biodiversità, diffusione di nuove malattie e crescente pressione sulle produzioni agricole.

Le nuove frontiere del germoplasma

L’iniziativa non è l’unica vera novità nel campo della conservazione delle risorse genetiche vegetali. Se, infatti, la struttura della Svalbard Global Seed Vault – scavata all’interno di una montagna in una zona caratterizzata dal permafrost, dove i semi vengono conservati a circa -18 °C – può arrivare a contenere circa 4,5 milioni di campioni di semi, ognuno dei quali può rappresentare una particolare varietà o popolazione di una coltura, vale la pena menzionare altre iniziative che la comunità scientifica di tutto il mondo ha realizzato per conservare il patrimonio di biodiversità globale. Molti Paesi, infatti, si stanno sensibilizzando su questa tematica e sono state costituite banche del seme, o banche del germoplasma che conservano materiale vegetale in vitro o in azoto liquido.

La Criobanca del Cnr e la sperimentazione

Proprio presso l’Istituto per la BioEconomia del Cnr, ad esempio, è stata istituita dal 2010 una Criobanca dove sono conservate in azoto liquido, cioè alla temperatura di -196 °C, micromarze di antiche varietà di melo e semi di Citrus provenienti dalla collezione Medicea iniziata da Cosimo I . «A questa temperatura ultrabassa» –come spiega Carla Benelli (Cnr-Ibe) – «si verifica l’arresto della divisione cellulare e di tutti i processi metabolici, mantenendo però la vitalità dei campioni dopo lo scongelamento, senza che materiale subisca cambiamenti genetici durante la conservazione. I campioni in azoto liquido possono essere conservati per un periodo illimitato, controllando ad intervalli regolari la vitalità del materiale».

Nel laboratorio di crioconservazione di Cnr-Ibe è stata, inoltre, condotta una sperimentazione sulla conservazione del polline di olivo a diverse temperature per supportare le attività di breeding e miglioramento genetico. I risultati, in corso di pubblicazione, indicano che la conservazione in azoto liquido è la tecnica più efficace, per mantenere elevata vitalità e germinabilità del polline anche dopo un anno di crioconservazione.

L’olivo e il sistema internazionale

L’olivo non è una specie inclusa nell’elenco delle colture coperte dal Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’Alimentazione e l’Agricoltura (ITPGRFA). Il trattato permette alle colture comprese nel sistema multilaterale di accedere a un meccanismo internazionale per lo scambio di materiale genetico e prevede il coinvolgimento delle banche internazionali del germoplasma.

Recentemente, accordi tra il Consiglio Oleicolo Internazionale (COI), i Governi di Spagna e Marocco e l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) hanno incluso le collezioni di germoplasma di olivo di Córdoba (Spagna) e Marrakech (Marocco) nel Sistema Multilaterale del Trattato riconoscendo il valore della specie, della biodiversità che essa sostiene e della necessità di preservarla, nonché il ruolo strategico dell’olivicoltura e della filiera olivicola nello sviluppo economico, sociale e culturale dei Paesi del Mediterraneo.

Il caso dei semi di olivo trasportati alle Svalbard è interessante anche per altri aspetti, è infatti, la prima coltura arborea simbolo del Mediterraneo ad entrare in questa rete globale di conservazione, dal momento che la maggior parte dei semi conservati proviene da specie erbacee.
Ad oggi sono solo 4 le specie arboree, oltre all’olivo, conservate presso il Svalbard Global Seed Vault:

  • 2 specie arboree forestali (Picea abies e Pinus sylvestris),
  • l’Olea europea subsp. africana
  • e il melo selvatico (Malus sylvestris).

L’iniziativa potrebbe quindi aprire una strada anche per altre colture arboree, da includere in questo tipo di deposito. Il valore dell’operazione va, dunque, oltre la singola coltura, diventando un modello per estendere la conservazione a lungo termine anche ad altri alberi da frutto ampliando la rete internazionale di sicurezza per la biodiversità coltivata.

A Cordova è presente una banca dei semi di olivo: proprio da questa infrastruttura è nata l’idea di utilizzare per la conservazione anche le strutture messe a disposizione dal governo norvegese, di fatto attuando una strategia globale per la conservazione del materiale genetico dell’olivo, con l’obiettivo di facilitare lo scambio di risorse tra le diverse banche del germoplasma.

La conservazione del germoplasma di olivo in Italia è garantita da campi collezioni gestiti da enti di ricerca e istituzioni scientifiche come il CNR e il CREA.

Una riserva per il futuro

Il deposito alle Svalbard assume così un significato che va ben oltre la dimensione geografica, supportando la necessità di conservare la diversità genetica di una coltura sempre più importante anche al di fuori del suo areale storico.

«Il valore dell’olivo è al tempo stesso culturale e agricolo: la sua presenza nella Svalbard Global Seed Vault è quindi “sia altamente simbolica che pratica”, perché rafforza la preparazione globale di fronte a cambiamenti climatici, parassiti, malattie e altre crisi che potrebbero minacciarne la produzione», conclude Petruccelli. «L’auspicio è, naturalmente, che quei semi non debbano mai essere utilizzati. Che nessun cataclisma cancelli le varietà che oggi vengono custodite, che le malattie non compromettano il patrimonio genetico dell’olivo e che i cambiamenti climatici non rendano necessario ricorrere a quella riserva. Ma se un giorno dovesse accadere, una parte della memoria genetica del Mediterraneo sarà lì, sotto il ghiaccio dell’Artico».

Il viaggio dei semi dei 50 genotipi di olivo verso le Svalbard rappresenta dunque qualcosa di più di un trasferimento da una banca del germoplasma a un’altra: è un tentativo di mettere una parte del futuro dell’olivicoltura al riparo dalle incertezze del presente.


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L’olivo va in Artico, 500 semi nella cassaforte mondiale - Ultima modifica: 2026-09-18T14:30:04+02:00 da Barbara Gamberini

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