Il Consiglio Oleicolo Internazionale (COI) ha stabilito, nel corso della 123ª Sessione plenaria, che il limite del contenuto di steroli per gli oli extravergine ottenuti dalle varietà italiane Nocellara del Belice e Coratina resterà fissato in modo definitivo a 800 mg/kg, superando il precedente vincolo temporaneo che teneva la questione in una sorta di limbo normativo. Una decisione tecnica, ma dal peso politico ed economico rilevante per l’intero comparto oleicolo nazionale.
Una questione che viene da lontano
Per comprendere la portata del provvedimento occorre fare un passo indietro. Il COI nasce nel 1959, sotto l’egida delle Nazioni Unite, con la missione di armonizzare a livello internazionale le norme di qualità e commercializzazione dell’olio d’oliva, in un mercato globale che vede protagonisti Paesi con tradizioni produttive e varietà molto diverse tra loro. Tra i parametri chimico-fisici utilizzati per certificare la genuinità e la categoria merceologica di un olio extravergine figura il contenuto di steroli, composti naturali che variano in funzione della cultivar, del terreno, del clima e dell’annata.
Da anni, però, alcune varietà autoctone italiane — in particolare la Nocellara del Belice, tipica del trapanese, e la Coratina, cultivar pugliese tra le più diffuse e apprezzate per la sua ricchezza in polifenoli — presentavano valori di steroli naturalmente superiori agli standard internazionali di riferimento. Questo scostamento, di origine puramente genetica e pedoclimatica, rischiava paradossalmente di penalizzare oli di eccellenza, costringendo i produttori a giustificazioni tecniche o, nei casi peggiori, a dichiarazioni di non conformità che nulla avevano a che fare con la reale qualità del prodotto.
Il nodo tecnico e la soluzione
Il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste aveva da tempo avviato, insieme agli enti di ricerca e alle organizzazioni di categoria, un lavoro scientifico per documentare la variabilità naturale di queste cultivar, portando le evidenze nei tavoli tecnici del COI. Il risultato è oggi la stabilizzazione della soglia a 800 mg/kg, che supera la fase sperimentale e diventa parametro di riferimento strutturale.
«Le peculiarità delle nostre cultivar sono l’espressione autentica della natura e del nostro territorio e non un’anomalia da correggere», ha commentato il ministro Francesco Lollobrigida, sottolineando come la decisione sancisca un principio destinato a fare scuola: la qualità di una produzione non può essere ridotta a uno standard uniforme che ignori la biodiversità.
Le implicazioni per la filiera
Per il comparto oleicolo italiano, primo per varietà di cultivar autoctone censite, il riconoscimento ha un valore che va oltre il singolo dato analitico. Tutela il lavoro dei frantoiani e degli olivicoltori, rafforza la credibilità delle certificazioni Dop e Igp legate a queste varietà e consolida la posizione del Made in Italy sui mercati internazionali, dove la battaglia sulla qualità si gioca sempre più anche sul terreno normativo e scientifico, oltre che commerciale.
Un tassello importante, dunque, in un percorso di valorizzazione della biodiversità olivicola italiana che il settore attende da tempo.







