Il buon governo

buon governo dal punto di vista olivicolo in 20 anni
Le considerazioni sul Piano Olivicolo Nazionale del primo Direttore Scientifico di Olivo e Olio in un editoriale ancora attuale a distanza di 20 anni

Da più parti si risente parlare di Piano olivicolo, un’avventura che sembrava ormai conclusa nel nulla. Partita nella seconda metà degli anni ’80, dopo la grande gelata del 1985 che aveva posto il problema della sopravvivenza stessa dell’olivicoltura dell’Italia centrale, si era poi conclusa con un atto ufficiale: il 28 giugno 1990 il Cipe approvava il documento intitolato “Piano specifico di intervento per il settore oleicolo” predisposto dall’allora ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. Qualcuno disse subito: «È un bel sogno nel cassetto, un’idea possibile, ma irrealizzabile in un paese come l’Italia dove si fanno tante proposte delle quali poche si traducono in altrettante realizzazioni, soprattutto in fatto di agricoltura».

Per la verità qualche tentativo di attuazione c’è stato: alcune regioni si sono attivate nel formulare interventi pianificati di settore utilizzando, tuttavia, risorse limitate e non sempre seguendo le direttive tecniche previste dal Piano. Peraltro il Piano stesso, che aveva suscitato consensi generali nel mondo tecnico e della ricerca, dagli olivicoltori non fu accettato con grande entusiasmo, né mai tenacemente sostenuto a livello politico. La stagnazione di sistemi tecnici tradizionali consolidati nei secoli, con radici così profonde da poterle ricongiungere addirittura a quanto indicato da Columella nel suo “De re rustica”, ha creato non poche difficoltà nel fare accettare il radicale rinnovamento così come proposto dal Piano ed a poco sono servite le notizie secondo le quali Spagna, Grecia e Tunisia finanziavano ed attuavano interventi di settore in­dirizzati al rilancio della coltura su basi moderne.

L’Italia olivicola è rimasta pressoché immobile, condizionata com’è dalla logica politica che, proprio in questo comparto, l’essere prudenti è segno di buon senso, mentre accettare l’idea di estirpare e reimpiantare oliveti tradizionali per 250-300.000 ettari, come previsto dal Piano, sarebbe stata un’avventura ad altissimo rischio. Ma c’era di più: qualcuno sosteneva che una volta attuato il Piano e fatta una olivicoltura moderna, la Comunità Europea avrebbe potuto dire all’Italia: adesso che la tua olivicoltura è efficiente, non ha più bisogno di essere assistita. Questa scelta, invece, vista allora come rischio, avrebbe consentito di raggiungere un’autonomia reddituale, almeno nelle aree vocate, evitando la progressiva erosione produttiva e recuperando quantità di prodotto necessaria per il mercato interno e di esportazione.

Quale è stato invece nella realtà il risultato dell’inerzia italiana? Il comparto, lasciato a se stesso, si è indebolito ulteriormente, sino al punto da dipendere esclusivamente dall’integrazione comunitaria, e quando questa è venuta a ridursi, come è successo negli ultimi anni, la crisi nelle zone olivicole più importanti è diventata grave, mentre è aumentata fortemente la quota di olio di importazione!

L’atteggiamento oggi sembra, tuttavia, cambiato! I produttori e le loro organizzazioni, nella pluralità, hanno preso coscienza e si comincia a riconsiderare come necessaria l’attuazione di un Piano di settore, esigenza ormai inderogabile. Rispetto al Piano precedente, si ravvisano tuttavia delle modifiche sostanziali. Tra queste vale la pena di segnalare gli interventi da prevedere specificatamente per l’olivicoltura “difficile” che, in senso più strettamente agronomico, si potrebbe indicare come “marginale”, in quanto priva di reddito o ad alto rischio di redditività. In sostanza, quella olivicoltura di collina difficile e di montagna, cui è affidato il compito, se assistita dall’uomo, di salvaguardia del territorio e di preservazione di quel paesaggio mediterraneo antropizzato, di cui l’uomo e l’ambiente sono gli artefici e l’olivo è il protagonista. Che sia nell’alto Garda, come nella Liguria di costa ed interna, nel Cilento o nel Gargano come sui Nebrodi, laddove caratterizza un paesaggio straordinariamente bello, con infrastrutture che oggi appaiono come segni tangibili di architettura rurale, espressa nei terrazzamenti, nei muri a secco, nelle lunette, vivificati dalle fronde sempre verdi dell’olivo che li ha pretesi per vivere e prosperare, il paesaggio appare irripetibile, anche per la vetustà delle piante, la cui memoria secolare, scolpita nei tronchi contorti, sta ad indicare la fatica di generazioni di uomini che le hanno piantate, allevate e curate.

Salvaguardare questa olivicoltura a noi sembra un segno di “ buon governo ”. Occorre allora liberarla dai vincoli strettamente agronomici per ricondurla ad un concetto di espressione ambientale e come tale da tutelare, assegnandola alla custodia e alla sensibilità dell’olivicoltore; si eviterebbe in tal modo il degrado e la possibilità che si cancelli un episodio storico di secoli, forse mai più realizzabile.

Ed allora se il legislatore, italiano o comunitario che sia, non si rende conto della necessità di interventi nel comparto, da un lato, tanto forti da contemplare la salvaguardia della olivicoltura paesaggistica e dall’altro così coraggiosi da accettare l’innovazione come elemento determinante per garantire reddito all’olivicoltore delle aree vocate superando definitivamente l’idea che la coltura tradizionale possa ancora offrire una qualche speranza legandola a riforme di sostegno significa non essere nella logica del “ buon governo ” e determinare i presupposti per una crisi irreversibile dell’olivicoltura italiana.

Leggi l’articolo pubblicato sullo speciale 20 anni di Olivo e Olio


Editoriale pubblicato su Olivo e Olio n. 4/1998.


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