La trasparenza torna al centro del mercato dell’olio. Con una circolare destinata a incidere sulle pratiche commerciali del settore, il Ministero dell’Agricoltura mette fine alla possibilità di commercializzare come olio extravergine di oliva il prodotto ottenuto dalla miscelazione di olio vergine ed extravergine. Una stretta fortemente sostenuta da Coldiretti e Unaprol, che la definiscono un passaggio decisivo nella lotta alle frodi e nella tutela del reddito degli olivicoltori.
Il provvedimento arriva in un momento delicato per la filiera, stretto tra il crollo delle quotazioni all’origine, l’aumento dei costi produttivi e una crescente pressione promozionale nella grande distribuzione, dove l’olio extravergine continua a essere utilizzato come prodotto civetta. Una dinamica che alimenta una domanda inevitabile: può davvero un olio extravergine essere venduto a 3,45 euro a bottiglia senza che qualcuno, lungo la filiera, ne paghi il prezzo?
Basta “promuovere” un vergine a extravergine
La nuova interpretazione ministeriale ribadisce un principio tanto semplice quanto fondamentale: un olio appartenente a una categoria merceologica inferiore non può diventare extravergine semplicemente aggiungendo una quota di evo.
Fino a oggi, infatti, la normativa consentiva di correggere alcuni difetti di un olio vergine mediante miscelazione con extravergine, purché il prodotto finale rispettasse determinati parametri chimici. Una possibilità che, secondo Coldiretti e Unaprol, finiva per svuotare di significato il Panel Test, elemento essenziale per la classificazione merceologica degli oli di oliva.
Con la circolare del Masaf questo principio viene superato: l’olio ottenuto dalla miscelazione non potrà più essere etichettato come extravergine, ma dovrà essere classificato come olio di oliva vergine.
Per consentire l’adeguamento del mercato, gli oli già confezionati potranno essere commercializzati fino a esaurimento delle scorte, mentre i prodotti sfusi ottenuti da miscelazione dovranno essere riclassificati entro trenta giorni dalla pubblicazione della circolare in Gazzetta Ufficiale.
Controlli sempre più tecnologici
Per Coldiretti e Unaprol la circolare rappresenta però solo il primo passo. Le organizzazioni chiedono infatti un rafforzamento del sistema dei controlli attraverso strumenti scientifici sempre più avanzati: dalla risonanza magnetica alla mappatura genetica e isotopica, fino all’integrazione delle banche dati di Dogane, Agea e ICQRF tramite il potenziamento del Sian.
L’obiettivo è rendere sempre più difficile qualsiasi forma di alterazione dell’origine o della qualità dell’olio, colpendo chi opera fuori dalle regole e garantendo maggiore trasparenza al consumatore.
Un mercato sempre più fragile
Il provvedimento si inserisce in un contesto economico particolarmente complesso. Secondo le elaborazioni del Centro Studi Divulga richiamate da Coldiretti, nell’ultimo anno il prezzo dell’olio extravergine si è ridotto di circa il 50%, mentre i costi aziendali sono aumentati di oltre 200 euro per ettaro.
A pesare sono anche gli squilibri strutturali del mercato italiano. L’Italia produce circa 234 milioni di litri di olio extravergine, ma ne consuma 461 milioni, esportandone 318 milioni e importandone ogni anno circa 545 milioni di litri. Numeri che evidenziano quanto il sistema dipenda dall’approvvigionamento estero e quanto sia fondamentale distinguere con chiarezza origine, qualità e categoria commerciale.
Secondo Coldiretti e Unaprol, una parte rilevante di questi flussi alimenta un’offerta che sfrutta impropriamente il richiamo all’italianità, comprimendo i prezzi riconosciuti ai produttori nazionali.
Il prezzo racconta sempre una storia
La nuova circolare interviene su un aspetto tecnico, ma il suo significato va oltre la classificazione merceologica. Restituisce valore al concetto stesso di olio extravergine di oliva, una categoria che nasce da requisiti chimici ma soprattutto sensoriali, frutto del lavoro degli olivicoltori e della qualità della materia prima.
Per questo il tema riguarda anche il consumatore. Quando sugli scaffali compare una bottiglia proposta a 3,45 euro, è inevitabile interrogarsi su cosa ci sia realmente dietro quel prezzo. In una filiera caratterizzata da costi agricoli in crescita, raccolta, molitura, confezionamento, logistica e distribuzione, il prezzo finale non è mai un dato neutro.
La trasparenza non si misura soltanto con nuove regole o controlli più efficaci. Si misura anche con la capacità di restituire all’olio extravergine il suo valore reale, evitando che venga ridotto a semplice prodotto civetta. Perché un olio evo non è una commodity qualsiasi: è il risultato di un patrimonio agricolo, culturale e territoriale che merita di essere riconosciuto e remunerato per ciò che realmente vale.
“Senza qualità non esiste redditività duratura e senza redditività non può sopravvivere la qualità”
La circolare del Masaf rappresenta certamente un passo importante: riafferma il valore delle categorie merceologiche, rafforza la trasparenza e restituisce centralità a un principio che dovrebbe essere scontato, ovvero che un olio extravergine deve essere tale in ogni fase del suo percorso.
Ma sarebbe un errore considerare questa misura un punto di arrivo. La vera sfida si gioca infatti su un piano più ampio: quello della capacità del sistema di coniugare tutela della qualità, redditività delle imprese e fiducia dei consumatori. Sono tre elementi che non possono essere messi in contrapposizione, perché l’uno dipende dall’altro.
Proteggere la qualità significa certamente difendere gli olivicoltori onesti dalla concorrenza sleale e dalle distorsioni del mercato. Ma significa anche pretendere che l’intera filiera, senza eccezioni, continui a investire nella qualità reale, nella trasparenza e nella coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che arriva sulla tavola dei consumatori.








