L’olivicoltura in Liguria ha origini antiche. Già 2000 anni fa i Liguri conoscevano l’olivo, lo coltivavano, e producevano olio: ne è testimonianza l’area archeologica del Varignano a Le Grazie, che conserva i resti del frantoio oleario più antico della regione, datato al 100 a.C. Da allora, la regione ha sempre mostrato una spiccata vocazionalità verso questa produzione. La geografia del territorio, però, è estremamente eterogenea; la Liguria è uno stretto lembo di terra che presenta tutti i paesaggi immaginabili. Si tuffa nel mare da alte scogliere, ma è circondata da catene montuose: le Alpi Liguri e l’Appennino Ligure; nel mezzo invece si srotolano dolcemente le colline.
Uno sguardo sulla situazione olivicola in Liguria
In questo territorio, nulla è semplice da coltivare. Il patrimonio olivicolo è costruito per la maggior parte sui versanti collinari terrazzati e l’olivo, in questo caso, non rappresenta soltanto una coltura ma anche uno strumento di conservazione del territorio. La tradizione dei muretti a secco è antecedente a quella dell’olivicoltura stessa.
Gli scavi archeologici datano le prime opere al 1000 a.C. e da allora l’arte (perché di arte si tratta) è stata trasmessa dalle generazioni di agricoltori costruttori che hanno modellato le colline e le montagne, rendendole accessibili e coltivabili. Ancora oggi i muretti a secco sono essenziali per proteggere un territorio fragile che combatte con il dissesto idrogeologico ma, negli ultimi decenni, le terre hanno subito un graduale abbandono.
Si stima infatti un tasso di disimpiego vicino al 45%; questo significa che, con un patrimonio intorno ai 29mila ettari di potenziale produttivo, circa 13mila risultano non coltivati.
I restanti 16mila, invece, localizzati principalmente nella provincia di Imperia, sono produttivi e l’olio continua a essere un elemento fondamentale dell’economia agricola ligure, oltre a un garante dell’identità territoriale e della salute degli ecosistemi naturali. Oggi si può evidenziare una timida riduzione di questo fenomeno di migrazione, anche se è presto per parlare di contro tendenza: mancano ancora tutti quei servizi che possono rendere le aree più facilmente accessibili all’agricoltore, che deve essere messo nelle condizioni di fare reddito.
Quando parliamo di olivicoltura è necessario dividere la sottile regione in due porzioni distinte: la Liguria di Levante e quella di Ponente. Queste zone differiscono per moltissimi aspetti, tra cui le cultivar di olivo, il clima e la piovosità.
Il Ponente Ligure è in grado di raggiungere livelli produttivi molto maggiori, arrivando a coprire quasi l’80% della produzione regionale.
Una peculiarità di questo territorio, poi, è che qui si coltiva principalmente Taggiasca. La cultivar è considerata la regina delle olive e domina la stragrande maggioranza degli uliveti storici localizzati nella provincia di Imperia e in parte di quella di Savona. La Taggiasca è poi un’oliva a “doppia attitudine”, e oltre all’olio si può impiegare come oliva da mensa.
Stefano Roggerone, presidente della Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) Liguria, mi dice che dall’anno scorso l’oliva Taggiasca ha ottenuto la certificazione Igp, un risultato storico, considerando i 20 lunghi anni attesi dalle aziende del territorio per questo riconoscimento. Il marchio Oliva Taggiasca Igp si propone di diffondere un prodotto e una tradizione alimentare, tutelando la filiera e riconoscendone il valore.
Oltre alla cultivar Taggiasca, è anche diffusa, in provincia di La Spezia, la Razzola; nel restante territorio ligure sono diffuse le seguenti cv:
- l’Arnasca,
- la Caprarina,
- la Colombaia,
- la Lavagnina,
- la Mortina
- e la Pignola.

Carlo Siffredi, Presidente del Consorzio per la Tutela dell’Olio Riviera Ligure Dop, riconosce l’influenza che ha la cultivar sul prodotto olio, ma mi ricorda che una pianta coltivata in Spagna può essere commercializzata come Taggiasca, nonostante il prodotto finale sia sicuramente diverso da quello nostrano. In questo panorama, diventano essenziali le certificazioni Dop e Igp, perché simboli di garanzia di qualità e provenienza per il consumatore: nelle regioni, come la Liguria, dove non si raggiungono i grandi numeri, è importante saper comunicare il valore di ciò che viene prodotto.
Siffredi ritiene che la consapevolezza del cliente sia ancora bassa, e si potrebbe partire con il processo di informazione da una questione che all’apparenza sembra linguistica: perché si parla ancora di olio e non di oli?
Come accade per i vini, anche per l’olio la provenienza dovrebbe diventare uno dei primi discriminanti di qualità.
La stagione 2026 accende nuova speranza
Come mi continua a raccontare Roggerone, l’olivo è una pianta che fisiologicamente va incontro ad annate di carica e annate di scarica. Non deve stupire, quindi, che il 2025 sia stato un anno negativo, con risultati poco entusiasmanti in tutta Italia; in Liguria, si è prodotto solo il 30% rispetto all’anno precedente. Nonostante una contrazione delle produzioni fosse prevista, le basse aspettative sono state aggravate dalle condizioni meteo e dall’attacco della mosca che ha danneggiato parte delle olive. Oltre al caldo, anche le gelate invernali tardive nella Liguria di Ponente hanno compromesso la fioritura primaverile.

Oggi, meteo e patogeni sono le sfide più importanti per il comparto. In particolare, l’assenza di precipitazioni ha giocato un ruolo primario. L’olivo è, per definizione, una pianta resistente alla siccità, ma gli aumenti di temperatura degli ultimi anni richiedono particolari accorgimenti e si sono rese necessarie
- delle irrigazioni di soccorso,
- oltre a frequenti interventi di potatura e manutenzione delle piante.
Questi, sempre secondo il presidente della Cia, sono gli unici metodi validi per contrastare le avversità abiotiche e biotiche che colpiscono la pianta, ma richiedono infrastrutture di supporto, come bacini per la raccolta di acqua.
Al 2026 gli agricoltori guardano invece con rinnovato ottimismo. Ci si aspettava un anno di carica e, ad oggi, le previsioni sembrano confermare le speranze degli olivicoltori. Siffredi commenta che la stagione olivicola è solo agli inizi e che si protrarrà, almeno per la provincia di Imperia, fino a febbraio, raggiungendo i 7-8 mila quintali di raccolto nell’intera regione. Questi ultimi dodici mesi sono stati caratterizzati da piogge giuste nei momenti giusti, in particolare tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate, mentre a maggio, il clima ventilato e secco ha favorito l’allegagione. La siccità di fine estate aveva preoccupato sia per l’oliva da olio che da mensa, ma ad oggi il pericolo sembra scampato.
La stagione 2026 in numeri
Il SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale) il 15 ottobre ha pubblicato i dati produttivi per la campagna oleicola 2026/2027.
- 1.219 tonnellate di olive molite;
- 205 tonnellate di olio prodotto;
- la Liguria ha coperto il 2,5% della produzione su scala nazionale;
- la resa, invece, si è attestata attorno a una media del 16,82%, con Imperia che tocca il picco del 18,72%: la regione registra i livelli più elevati dell’intera penisola italiana.
La Liguria di Levante
Armando Schiffini, presidente della sezione Olivicoltura di Confagricoltura Liguria, ha i suoi olivi e il frantoio in Val Durasca, un territorio che si affaccia sul Golfo di La Spezia. L’olivicoltura che racconta appare profondamente diversa da quella di Ponente che mi è stata narrata.
Le stagioni passate, in questa zona, sono state complicate non solo dagli eventi metereologici avversi, ma anche dall’avvento della cecidomia dell’olivo (Dasineura oleae) che, dopo aver colpito il territorio di Massa-Carrara, ha invaso anche il Levante Ligure. L’insetto sfarfalla per 50 giorni l’anno con un tasso altissimo di riproduzione, ma le politiche sugli agrofarmaci complicano le operazioni di difesa.
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In provincia di La Spezia, poi, non si raccoglierà fino ai primi mesi del 2027, ma la stagione arriverà al massimo fino a dicembre, perché la mosca sta già colpendo i frutti rimasti sugli alberi ed è necessario procedere velocemente. Questa estate, invece, le temperature giornaliere superiori ai 33 °C hanno limitato moltissimo la diffusione dell’insetto. Anche questo elemento, quindi, dimostra l’eterogeneità del territorio.
Un elemento che invece si mantiene costante lungo tutti i 270 chilometri di costa della regione è la siccità. Il Levante, come il Ponente, è sensibile al problema, e anche qui sarebbero necessarie delle strutture per il raccoglimento e il convogliamento delle acque. I pendii ancora più ripidi, però, complicano di molto la logistica.
Nonostante tutto, anche Schiffini è entusiasta per la stagione in corso. Mi dice che sono giorni e settimane schizofreniche, ma che promettono grandi soddisfazioni. Il prodotto ottenuto sembra essere abbondante e di altissima qualità e la resa segue la tendenza positiva di tutti gli altri parametri. L’olio che si produce in questa zona presenta caratteristiche intermedie tra quello della restante Liguria e quello della Toscana con cui confina, abbinando la delicatezza del gusto a note fruttate.
I risultati di queste settimane rappresentano, quindi, una boccata d’aria fresca per gli addetti del settore, dopo cinque anni di risultati altalenanti e non sempre soddisfacenti.










